1. Il potere di una scelta — la storia di Chuck e Tom
Fratelli e sorelle, voglio cominciare con un’affermazione che forse vi sorprenderà. C’è un’azione, una sola, che è la più potente che un essere umano possa compiere su questa terra. Non è costruire imperi. Non è vincere battaglie. Non è accumulare ricchezze, non è inventare, non è conquistare. L’azione più potente che tu possa compiere — tu, seduto lì, con tutto quello che sei e tutto quello che non sei — è scegliere.
Pensateci un attimo. Dio è onnipotente. Ha acceso le galassie con un respiro, ha sospeso il sole nel cielo, conta a uno a uno i capelli del tuo capo. Non c’è nulla che Lui non possa fare. Eppure c’è una cosa che Dio, nella Sua onnipotenza, ha scelto di non fare: non sceglierà mai al posto tuo. Avete capito la grandezza di questo? Il Creatore dell’universo si ferma sulla soglia della tua volontà e bussa. Non sfonda la porta. Aspetta. L’unico potere che Dio, pur potendo, si rifiuta di strapparti dalle mani è il potere di scegliere.
E sapete perché? Perché Dio non voleva schiavi, voleva figli. Non voleva burattini che si muovono quando Lui tira i fili: voleva un amore vero. E l’amore, fratelli, se non è scelto liberamente, non è amore. È questo il marchio di Dio impresso dentro di te: tra tutte le creature del cielo e della terra, tu puoi dire di sì o dire di no al tuo stesso Creatore. È una dignità che fa tremare. È il riflesso di Dio nella tua anima.
E questa è la cosa più incredibile di tutte: il potere di scegliere non ti chiede niente. Non ti chiede muscoli, non ti chiede soldi, non ti chiede un titolo di studio o un cognome importante. È gratis. È silenzioso. È invisibile. Il più povero degli uomini ne possiede esattamente quanto il più ricco. Un uomo inchiodato a una croce, spogliato di tutto, senza più un solo minuto di vita davanti a sé, conserva ancora intatto questo potere — e con una sola scelta può spalancarsi le porte del paradiso. Nessun esercito, nessuna fortuna, nessun genio può fare ciò che fa una scelta. Una scelta cambia l’eternità in un istante.
Perché la vita, alla fine, è fatta di scelte. Scegliamo dove vivere, che lavoro fare, chi sposare. Ma ci sono scelte che non decidono solo il nostro domani su questa terra; ci sono scelte che determinano la nostra eternità. Tu non sei la somma di quello che possiedi, e nemmeno di quello che ti è capitato: tu sei la somma delle scelte che hai fatto. E questa mattina, qui, ne hai davanti un’altra.
E voglio iniziare raccontandovi una storia vera. Una storia documentata, che ha sconvolto l’America degli anni ’70.
È la storia di due uomini, due amici, che a un certo punto della loro vita si sono trovati di fronte a un bivio. Il primo si chiamava Chuck. Chuck Colson. Forse alcuni di voi ricordano questo nome. Chuck era uno degli uomini più potenti della terra. Era il braccio destro del Presidente degli Stati Uniti Richard Nixon. Veniva chiamato il «genio del male» della Casa Bianca. Era un uomo spietato, arrogante, che aveva letteralmente affermato: «Passerei sopra a mia nonna pur di far rieleggere il Presidente». Chuck aveva scelto il mondo. Aveva scelto il potere, il successo, il conto in banca, calpestando chiunque si mettesse sulla sua strada. La sua vita era il trionfo della carne.
Il suo amico si chiamava Tom. Tom Phillips. Anche Tom era un uomo di successo, era l’amministratore delegato di una multinazionale enorme, la Raytheon. Ma Tom, all’apice del successo mondano, si era guardato allo specchio e aveva visto solo vuoto. Aveva capito che il mondo non poteva saziare la sua anima. E così, Tom fece una scelta diversa. Scelse di arrendersi a Gesù Cristo.
Due uomini. Per ora, due strade opposte.
Arriva l’anno 1973. Scoppia lo scandalo Watergate. L’impero di bugie della Casa Bianca crolla. Chuck Colson si ritrova all’improvviso indagato, braccato dalla stampa, terrorizzato dall’idea di finire in prigione. Il suo mondo dorato sta andando in mille pezzi. In preda alla disperazione, Chuck si ricorda del suo amico Tom e decide di andarlo a trovare, sperando forse in un consiglio politico.
Ma quando Chuck entra in casa di Tom, rimane paralizzato. Si aspetta di trovare un manager stressato, invece si trova di fronte un uomo che emana una pace sovrannaturale. Tom non gli parla di politica. Gli parla di Gesù. Gli legge un passo da un libro di C.S. Lewis, Cristianesimo… e basta, proprio il capitolo sull’orgoglio, il peccato che distrugge l’uomo. Chuck, l’uomo più duro e cinico di Washington, sente per la prima volta l’armatura del suo orgoglio incrinarsi.
Quella sera, Chuck Colson esce dalla casa di Tom. Sale in macchina. Cerca di infilare le chiavi nel cruscotto, ma non ci riesce. Non ci riesce perché sta piangendo. L’uomo spietato che voleva dominare il mondo, crolla sul volante, in lacrime, e nel buio di quell’abitacolo fa la sua scelta. Grida a Dio: «Signore, prendimi. Prendimi così come sono». Chuck finì in prigione per i suoi crimini politici, è vero. Ma vi entrò come un uomo libero nello spirito. In prigione fondò la Prison Fellowship, il più grande ministero carcerario del mondo, portando milioni di detenuti a Cristo.
Tom aveva scelto la vita presto, nel pieno del successo, quando aveva ancora tutto in mano. Chuck l’aveva rifiutata per anni — e l’ha afferrata solo all’ultimo, con le mani vuote, quando non gli restava più niente da perdere. Tenete a mente questi due, perché li ritroveremo su un’altra collina. Perché c’è chi dice sì a Dio quando la vita gli sorride, e c’è chi glielo dice solo quando ha toccato il fondo. E Dio — ricordatevelo — accoglie tutti e due.
Perché vi racconto questo? Perché l’universo intero si regge su un principio che Dio ha stabilito fin dall’inizio del mondo. Dio non ti costringerà mai ad amarlo. Ti metterà davanti a una scelta.
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2. Il bivio dell’umanità (Deuteronomio 30:19)
Andiamo alla Parola di Dio. Libro del Deuteronomio, capitolo 30, versetto 19. Siamo alla fine del viaggio nel deserto. Il popolo di Israele sta per entrare nella Terra Promessa. Mosè è vecchio, sa che sta per morire, e raduna il popolo per il suo ultimo, disperato appello. Non usa giri di parole. Non fa diplomazia. Parla alla pancia e all’anima di ogni uomo e donna, di allora e di oggi.
Ascoltate cosa dice Dio attraverso di lui nella Nuova Riveduta:
«Io prendo oggi a testimoni contro di voi il cielo e la terra, che io ti ho posto davanti la vita e la morte, la benedizione e la maledizione; scegli dunque la vita, affinché tu viva, tu e la tua discendenza».
Fermiamoci un attimo su queste parole, perché sono spaventose nella loro chiarezza. «Io prendo oggi a testimoni il cielo e la terra». È la scena di un tribunale. Dio chiama a testimoniare l’intero universo. E cosa dice? «Ti ho posto davanti la vita e la morte».
Non c’è una terza via. Non c’è un «forse». Non c’è un «ci penserò». Fratelli, viviamo in una società che odia il bianco e il nero. Ci piace vivere nelle sfumature grigie. Ci piace pensare che possiamo tenere un piede nel mondo e un piede nella chiesa. Che possiamo godere dei piaceri del peccato il sabato sera e alzare le mani per lodare Dio la domenica mattina. Ma Dio distrugge la nostra zona grigia. Mette l’uomo davanti allo specchio e gli dice: sul tavolo ci sono solo due carte. La vita. E la morte.
E poi, Dio fa una cosa incredibile. Il Creatore onnipotente dell’universo, Colui che ha formato le galassie con il respiro della Sua bocca, fa un passo indietro. Ti guarda negli occhi e ti dice: «Scegli». «Scegli dunque la vita». Te lo consiglia. Ti implora. Ha preparato tutto affinché tu possa vivere. Ma lascia a te l’ultima parola.
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3. L’urgenza della scelta (Giosuè 24:15)
E non è una scelta che puoi rimandare a domani. Il diavolo non ha bisogno di convincerti che Dio non esiste; gli basta convincerti che hai ancora tempo per sceglierLo. «Lo farò domani. Quando sarò più grande. Quando avrò sistemato i miei affari. Quando mi sarò goduto un po’ la vita».
E attenzione, perché il nemico delle nostre anime ha un secondo trucco, ancora più sottile del primo. Se non riesce a convincerti che hai tempo, allora ti riempie le mani. Ti mette davanti mille cose da scegliere, mille decisioni urgenti, mille distrazioni — buone, legittime, perfino belle — finché la scelta più importante di tutte, quella su Dio, finisce sepolta in fondo alla lista. E quella, guarda caso, non la prendi mai.
Lasciate che vi racconti un esperimento vero. Alcuni ricercatori, in un supermercato, allestiscono due banchetti per far assaggiare le marmellate. Sul primo mettono solo sei vasetti. Sul secondo ne mettono ventiquattro. Quale dei due attira più gente? Il secondo, ovviamente: più scelta, più curiosi, molte più persone che si fermano. Ma alla cassa succede una cosa che nessuno si aspettava. Al banchetto con sei vasetti la gente compra. Al banchetto con ventiquattro la gente assaggia, si entusiasma… e poi se ne va a mani vuote. Compra dieci volte di meno. Gli studiosi l’hanno chiamato il «paradosso della scelta»: quando le opzioni sono troppe, l’uomo si paralizza e non sceglie più niente.
Fratelli, avete capito la trappola? Il diavolo non ha bisogno di mettervi davanti il male. Gli basta mettervi davanti il banchetto delle ventiquattro marmellate. La carriera, lo schermo del telefono, le mille notifiche, gli impegni, le preoccupazioni, i progetti, le cose buone da fare e quelle belle da provare. Vi tiene davanti a un tavolo così pieno che non vi avanza il tempo, e nemmeno la testa, per la sola scelta che conta davvero. Vi fa assaggiare tutto, perché non scegliate niente. E così non vi fa mai dire «no» a Dio: vi tiene semplicemente troppo occupati per dirGli «sì».
Gesù l’aveva già spiegato, in casa di due sorelle. Marta correva di qua e di là, affannata per mille faccende — tutte buone, badate: stava servendo Lui! Maria, invece, se ne stava seduta ai Suoi piedi, ferma, ad ascoltarlo. E quando Marta si lamenta, Gesù le risponde con dolcezza:
«Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma una cosa sola è necessaria; e Maria ha scelto la parte buona» (Luca 10:41-42).
Una cosa sola. In mezzo alle molte cose, ce n’è una sola che è davvero necessaria. E Maria l’ha scelta. Capitemi bene: il problema non è avere tante cose tra cui scegliere — quello è perfino un dono. Il problema è lasciare che le tante cose ci rubino l’unica. Il diavolo non può strapparti dalle mani il potere di scegliere: quello è il marchio di Dio in te. E allora fa l’unica cosa che gli resta: lo annacqua, lo seppellisce, lo rimanda, finché non scegli più davvero, ma ti limiti a galleggiare. Per questo la voce di Dio, in mezzo a tutto questo frastuono, non complica mai: semplifica. Ti rimette sul tavolo due sole carte — la vita e la morte — e ti chiede di scegliere adesso.
Qualche pagina dopo, nel libro di Giosuè (24:15), il popolo è finalmente nella terra promessa. Si sono sistemati. Sono comodi. E quando l’uomo è comodo, si dimentica di Dio. Giosuè li raduna di nuovo. E alza l’asticella. L’appello diventa una sfida personale che non ammette ritardi:
«[…] scegliete oggi chi volete servire […] quanto a me e alla casa mia, serviremo il Signore».
Scegliete OGGI. E non è un caso isolato: la storia di tutta la Bibbia è un susseguirsi di uomini e donne messi davanti allo stesso bivio. Guardiamoli da vicino, uno per uno, perché ognuno di loro, in fondo, siamo noi.
E badate a come una scelta sbagliata ci cattura: quasi mai tutto in una volta, ma un passo alla volta. Il Salmo 1 lo fotografa con tre verbi in discesa:
«Beato l’uomo che non cammina secondo il consiglio degli empi, che non si ferma nella via dei peccatori e non si siede in compagnia degli schernitori» (Salmo 1:1).
Avete sentito la scala che scende? Prima si cammina — passi accanto al male, tanto per dare un’occhiata. Poi ci si ferma — ti attardi, cominci a prenderci gusto. Infine ci si siede — ti accomodi, e ormai sei di casa. Si comincia passando di lì per caso, e si finisce installati. Ecco perché la scelta non si può rimandare: ogni giorno che rinvii non resti fermo, scivoli di un gradino.
Adamo ed Eva. Avevano tutto: un intero giardino, la libertà, la comunione diretta con Dio. Un solo limite, un solo albero. E il serpente offre la scorciatoia di sempre: «Sarete come Dio». Ecco il punto, fratelli: la loro non fu una scelta su un frutto, fu una scelta sulla fiducia. Mi fido della parola di Dio, oppure decido da solo cosa è bene e cosa è male? Hanno allungato la mano e hanno deciso di mettersi al posto di Dio. E in quel morso è entrata nel mondo la morte, la vergogna, l’istinto di nascondersi. Ogni nostro peccato, da allora, è la replica di quella prima scelta: la mia volontà al posto della Sua.
Genesi 3:6 — «la donna prese del frutto, ne mangiò e ne diede anche a suo marito».
Caino. Caino e Abele portano entrambi un’offerta a Dio. Dio gradisce quella di Abele, non quella di Caino, e Caino si riempie di rabbia e di gelosia. Ma fermatevi su una cosa stupenda: Dio scende da Caino prima del delitto. Non lo condanna: lo avverte, gli mette in mano una via d’uscita. «Il peccato sta spiando alla porta… ma tu lo devi dominare». La scelta era nelle sue mani. Poteva dominare quella rabbia; invece ha lasciato che fosse la rabbia a dominare lui. Ha attirato il fratello nei campi e l’ha ucciso. Imparate questo: Dio ci avverte sempre prima che cadiamo — ma il passo, quel passo, lo facciamo noi.
Genesi 4:7 — «il peccato sta spiando alla porta… ma tu lo devi dominare».
Lot. Abramo e suo nipote Lot devono dividere la terra, e Abramo, da uomo generoso, lascia scegliere per primo il più giovane. Lot alza gli occhi, vede la pianura del Giordano — verde, ricca, ben irrigata — e si prende quella, la parte migliore, senza pensarci un attimo. Ha scelto con gli occhi, guardando solo al guadagno immediato. Ma quella pianura così bella da fuori lo stava portando dritto verso Sodoma; e pochi capitoli dopo Lot perderà tutto: la casa, i beni, la moglie, per un soffio la vita. Ecco la lezione che brucia: una scelta può sembrare la più conveniente del mondo e condurti alla rovina, se guardi solo a ciò che luccica e non a dove ti sta portando.
Genesi 13:11 — «Lot scelse per sé tutta la pianura del Giordano».
Davide. Un re secondo il cuore di Dio, e cade nel peccato più sporco: prima l’adulterio con Betsabea, poi l’omicidio di Uria per coprire tutto. E per quasi un anno fa finta di niente, vive nella menzogna. Poi arriva il profeta Natan e lo mette davanti allo specchio. Qui sta la scelta che lo definisce: un re smascherato avrebbe potuto far uccidere il profeta, negare, arrampicarsi sugli specchi. Davide no. Non cerca scuse. Crolla e dice quattro parole soltanto: «Ho peccato contro il Signore». La scelta decisiva non fu solo il peccato, ma cosa fece quando fu scoperto: scelse il pentimento al posto dell’orgoglio. Perché la grazia non corre dietro ai perfetti; corre dietro a chi si lascia spezzare.
2 Samuele 12:13 — «Ho peccato contro il Signore».
Pietro. Il discepolo più coraggioso, quello che aveva giurato di morire per Gesù. Eppure, in un cortile, mentre si scalda a un fuoco, basta la domanda di una serva e lo rinnega tre volte: «Non lo conosco». Il gallo canta, Gesù si volta e lo guarda, e Pietro esce a piangere amaramente. Ma ecco la scelta, ed è la scelta che fa la differenza tra il cielo e la disperazione. Pensate a Giuda: era uno dei dodici che Gesù aveva scelto di persona — «Non ho forse scelto io voi dodici?» — eppure quella notte tradisce anche lui, e si dispera anche lui. Lo stesso identico fallimento di Pietro. Ma due esiti opposti: Giuda corre verso una corda, Pietro corre indietro, verso Gesù. Essere stato scelto non aveva salvato Giuda, perché alla fine non ha voluto rispondere, non ha voluto tornare. Pietro invece sì: ha scelto di tornare, di lasciarsi rialzare e perdonare. Il fallimento non è mai l’ultima parola: l’ultima parola è se scappi via o se torni a casa.
Luca 22:62 — «E, uscito fuori, pianse amaramente».
Il giovane ricco. Un ragazzo ricco, religioso, sincero: corre da Gesù, gli si inginocchia davanti, fa perfino la domanda giusta — «cosa devo fare per avere la vita eterna?». Ha osservato i comandamenti fin da bambino. E Gesù lo guarda, lo ama, e gli mette sul tavolo l’unica cosa che si è messa tra lui e Dio: «Va’, vendi quello che hai, poi vieni e seguimi». È il bivio allo stato puro: Gesù o il conto in banca, il tesoro in cielo o il tesoro che ho già nelle mani. E arriva uno dei versetti più tristi del Vangelo: se ne andò. Aveva la vita eterna a portata di mano e ha scelto le sue cose. Attenti, perché a volte ciò che ci tiene lontani da Dio non è un peccato evidente, ma qualcosa di buono che non vogliamo mollare. E puoi essere vicinissimo a Gesù, in ginocchio davanti a Lui, e scegliere comunque di andartene.
Matteo 19:22 — «se ne andò rattristato, perché aveva molti beni».
Il figliol prodigo. Il figlio minore pretende l’eredità in anticipo — che è come dire al padre: «Per me è come se tu fossi già morto». Se ne va lontano, sperpera tutto, e finisce a pascolare i porci: lui, un ebreo, che arriva a invidiare perfino le carrube che mangiano i maiali. Il fondo del fondo. E proprio lì, nel fango, «rientra in se stesso» e fa la sua scelta: «Mi alzerò, andrò da mio padre». Non «prima mi sistemo», non «prima mi merito il ritorno»: solo «torno, e dico che ho sbagliato». E il padre, che lo aspettava alla finestra, gli corre incontro. La scelta di tornare — anche dal porcile, anche con le mani vuote e nient’altro da offrire che il proprio pentimento — trova sempre un Padre che sta già correndo verso di te.
Luca 15:18 — «Mi alzerò, andrò da mio padre».
Vedete il filo, fratelli? La regola è cruda e non fa sconti a nessuno: chi ha scelto se stesso, chi ha scelto la propria via, ha trovato la rovina. Chi ha scelto di fidarsi di Dio, nonostante i propri fallimenti, ha trovato la grazia.
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4. L’inganno della religione
A questo punto, però, entra in gioco il capolavoro dell’inganno umano. Di fronte a una scelta così radicale («la vita o la morte», «Dio o te stesso»), l’uomo ha avuto paura. E ha cercato una scorciatoia.
Il popolo d’Israele ha pensato che «scegliere la vita» significasse semplicemente «seguire delle regole». Hanno inventato la cosa più pericolosa che esista sulla faccia della terra: la religione. C’è un’immagine antica che rende bene l’idea: la radice latina della parola richiama il legare, il vincolare, l’incatenare. La religione è il tentativo umano di comprare il biglietto per il paradiso attraverso il proprio comportamento.
Per secoli, hanno costruito un sistema di una complessità spaventosa. Centinaia di leggi. Lavaggi delle mani, sacrifici di animali, purificazioni continue, norme infinite su quanti passi potevi fare di sabato, su cosa potevi toccare e cosa potevi mangiare. Pensavano: Se faccio tutte queste cose, Dio sarà costretto ad accettarmi. Se spunto la lista delle cose da fare, sono a posto.
Ma Dio non ha mai chiesto la religione! Dio non voleva schiavi legati a un precetto, voleva figli liberi innamorati del Padre!
E qui c’è una cosa che vi voglio dire, perché cambia il modo di guardare tutto. Nella lingua della Bibbia, «scegliere» non ha mai significato fare un calcolo a freddo, soppesare le opzioni come si soppesa la merce al mercato. Quando la Scrittura dice che Dio «sceglie» un popolo, o quando ci chiede di «sceglierLo», quella parola indica un legame profondo, esclusivo, totale — come quello tra uno sposo e una sposa. Non è firmare un contratto: è dare il cuore. Ecco la differenza con la religione: la religione ti chiede una prestazione, Dio ti chiede un legame. La religione dice «fai questo e sarai a posto»; l’amore dice «sii mio, e io sarò tuo». Per questo non potrai mai comprare Dio con i tuoi riti: l’amore non si compra, si sceglie.
Guardate i farisei del Nuovo Testamento. Erano i campioni mondiali della religione. Esternamente erano perfetti. Impeccabili. Non sbagliavano una virgola della legge. Nessuno pregava più forte di loro, nessuno faceva elemosine più vistose delle loro. Ma quando Gesù, il Figlio di Dio, se li trova davanti, non li elogia. Li smaschera con una durezza che fa tremare i polsi. Li chiama «sepolcri imbiancati»: belli fuori, ma pieni di ossa di morti dentro. In Matteo 15:8 (Nuova Riveduta), Gesù sbatte loro in faccia il profeta Isaia:
«Questo popolo mi onora con le labbra, ma il loro cuore è lontano da me».
La religione ti permette di onorare Dio con le labbra, mantenendo il controllo assoluto sulla tua vita. Ti permette di venire in chiesa, cantare i canti, dare l’offerta, non dire parolacce, eppure avere un cuore di pietra, lontano chilometri dal Signore. I farisei vivevano per le regole, ma avevano il cuore morto. Hanno preferito il rituale alla relazione. Si sentivano giusti perché compivano dei riti, ma stavano camminando a grandi passi verso l’inferno.
Fratelli, non possiamo salvarci con le nostre buone azioni. Se bastassero i riti per piacere a Dio, se bastasse sforzarsi di essere delle «brave persone», Dio ci avrebbe mandato un manuale di istruzioni. Invece ci ha mandato un Salvatore.
E volete vedere fin dove arriva questo inganno, fin dove può spingersi il cuore umano che crede di doversi guadagnare Dio? Proprio in questi giorni si parla di un uomo, in India, che da quasi dodici anni vive in piedi: non si siede, non si sdraia, non si distende mai, neppure per dormire. Dodici anni. Ha lasciato perfino l’università per questo. E perché lo fa? Per meritarsi uno sguardo del suo dio, una visione del divino. Fratelli, davanti a una devozione così non mi viene da ridere: mi viene quasi da inchinarmi. Perché quell’uomo grida, con il suo corpo ormai distrutto, ciò che ogni cuore umano si porta dentro fin dalla nascita: «Cosa devo fare perché Dio si volti verso di me? Quanto devo soffrire, quanto devo pagare?».
È il grido dei farisei portato all’estremo. Ma attenzione: non è soltanto il suo, è anche il nostro. Perché anche noi, dentro, pensiamo di dover comprare il favore di Dio facendo qualcosa — una preghiera in più, un sacrificio, una vita abbastanza pulita. E proprio qui il Vangelo capovolge tutto. Il Dio della Bibbia non ti chiede di stare in piedi dodici anni per vederlo: è Lui che è sceso, che si è fatto vedere, che ha fatto tutto al posto tuo, in Gesù. Mentre quell’uomo si sfianca per salire fino a un dio, il vero Dio è già disceso fino a te.
«È per grazia che siete stati salvati, mediante la fede… non in virtù di opere, affinché nessuno se ne vanti» (Efesini 2:8-9).
E tra poco, su quella collina, lo vedremo con i nostri occhi: un ladrone che non poté fare assolutamente nulla — inchiodato, senza un’opera, senza più un minuto di vita — e che ricevette gratis, in un istante, ciò che dodici anni di penitenza non potranno mai comprare.
E adesso voglio toccare una corda che ci riguarda tutti, credenti e non. Pensateci: ci affanniamo ogni giorno per compiacere qualcuno. Da bambini, il bel voto per compiacere i genitori. Da grandi, i risultati per compiacere il capo, l’immagine giusta per compiacere la gente. Abbiamo imparato fin da piccoli che l’amore si guadagna con la prestazione, e ci è entrato nelle ossa. Poi arriviamo a Dio… e gli appiccichiamo addosso lo stesso identico schema: mettiamo anche Lui in fondo alla fila di quelli da accontentare, da meritare, da conquistare. Ma il Dio della grazia non è in fila con gli altri. Non è un capo da compiacere: è un Padre che ti ha già accolto mentre eri ancora peccatore.
Lo aveva gridato il profeta Michea, sette secoli prima di Cristo. L’uomo, angosciato, gli chiede: con che cosa mi presenterò al Signore? Con migliaia di montoni? Con fiumi d’olio? Dovrò forse offrirgli il mio primogenito per il mio peccato? — è il grido dello «Standing Baba», è il grido di ognuno di noi. E Dio risponde con una delle frasi più liberanti di tutta la Bibbia:
«Egli ti ha fatto conoscere ciò che è bene; che altro richiede da te il Signore, se non che tu pratichi la giustizia, ami la misericordia, e cammini umilmente con il tuo Dio?» (Michea 6:8).
Avete sentito? Dio non vuole il tuo sacrificio estremo. Non vuole che tu lo paghi. Lo aveva detto per bocca dei profeti, e Gesù lo ripeté: «Voglio misericordia e non sacrificio». Dio vuole che tu pratichi la giustizia, che tu ami la misericordia, che tu cammini con Lui — e che l’amore ricevuto da Lui lo versi su chi ti sta accanto. Perché questo è il segreto che cambia tutto: noi amiamo perché Egli ci ha amati per primo. Non puoi dare un amore che non hai ricevuto. Prima ricevi — smetti di pagare per ciò che è già tuo — e poi trabocchi. Il Dio della grazia non ti chiede di salire fino a Lui sfiancandoti: ti chiede di scendere accanto a tuo fratello che soffre, perché è lì, amando, che Lo incontrerai davvero.
Ricordate il fratello maggiore del figliol prodigo? Quello che dice al padre: «Sono tanti anni che ti servo e non ho mai trasgredito un tuo comando». Viveva nella casa del padre, ma da dipendente, non da figlio: lavorava per guadagnarsi un amore che era già suo, e per questo non ne aveva mai goduto. Quanti credenti vivono così — servono Dio col fiato corto, terrorizzati di non fare mai abbastanza, come operai che temono il licenziamento. Ma noi non siamo salvati in virtù delle opere; siamo «creati per fare opere buone» (Efesini 2:10). E l’ordine non si può invertire: non sei amato perché servi, ma servi perché sei amato. Fratello, sorella: non devi compiacere Dio per essere accolto — sei già accolto. E proprio perché sei già amato, oggi puoi smettere di lavorare per il Suo amore e cominciare a viverlo, e a donarlo.
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5. La croce: la scelta di Dio e la tua risposta
La Sua scelta
E adesso, fratelli, alziamo lo sguardo. Abbiamo parlato a lungo delle nostre scelte. Ma ce n’è una più grande di tutte le altre messe insieme, ed è stata fatta prima ancora che tu potessi farne una: prima che tu scegliessi Lui, Lui aveva già scelto te. È il filo nascosto di tutta la Bibbia — da cima a fondo, il primo a scegliere è sempre Dio: sceglie Abramo, sceglie un popolo di schiavi, sceglie i profeti e i re. E quando viene Gesù, guarda negli occhi i suoi discepoli, dei pescatori qualunque, e dice una frase che dovrebbe toglierci il fiato:
«Non siete voi che avete scelto me, ma io che ho scelto voi» (Giovanni 15:16).
Tu credi che la fede sia cominciata il giorno in cui hai deciso tu qualcosa per Dio. Era cominciata molto prima — nel cuore di Dio, quando Lui aveva già deciso qualcosa per te: ci ha scelti «prima della creazione del mondo» (Efesini 1:4). Prima delle stelle, prima che tu nascessi, il tuo nome era già nel Suo pensiero. Questa è la grazia: non è Dio che risponde alla tua scelta, sei tu che rispondi alla Sua.
E quella scelta gli è costata tutto. Gesù era Dio: abitava nella gloria, fuori dal tempo, adorato dagli angeli, senza dolore e senza lacrime. Aveva tutto. E ha fatto la scelta più folle e più bella della storia: ha deciso di scendere. Di lasciare il trono per una mangiatoia, di chiudere l’infinito nel corpo di un neonato. Nessuno lo ha costretto: l’ha scelto Lui.
«svuotò se stesso, prendendo forma di servo, divenendo simile agli uomini» (Filippesi 2:7).
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Le tre croci (Luca 23:39-43)
E quella discesa finisce qui, sul Golgota. Immaginate la scena: polvere, sangue, le urla della folla che bestemmia. E tre croci. Gesù al centro — la Grazia in persona che sanguina — e a destra e a sinistra due condannati, due ladroni. Tre uomini che muoiono uno accanto all’altro; eppure quelle tre croci, messe così, raccontano tutto il Vangelo.
Guardate prima quella in mezzo. E toglietevi dalla testa l’idea che Gesù sia finito lì perché le cose gli erano sfuggite di mano. Non è una vittima travolta dagli eventi: è salito a quella croce con gli occhi aperti, e l’ha scelta. Nel Getsemani avrebbe potuto chiamare dodici legioni di angeli; a Pilato disse che non avrebbe avuto alcun potere se non gli fosse stato dato dall’alto. Era Lui a tenere in mano tutto, dal primo all’ultimo momento.
«Nessuno me la toglie, ma io la depongo da me» (Giovanni 10:18).
Non furono i chiodi a tenerlo su quel legno — i chiodi non potevano trattenere Dio. A tenerlo lì fu l’amore: ogni secondo avrebbe potuto scendere, e ogni secondo ha scelto di restare. E mentre restava, su quelle spalle squarciate Dio ha caricato il peccato di tutti — il tuo, il mio. L’unico innocente è diventato colpevole al posto nostro:
«Colui che non ha conosciuto peccato, egli lo ha fatto diventare peccato per noi» (2 Corinzi 5:21).
E non l’ha fatto quando eravamo diventati bravi, ma «mentre eravamo ancora peccatori» (Romani 5:8). Ti ha scelto al tuo peggio, non al tuo meglio. E se tu fossi stato l’unico uomo sulla faccia della terra, sarebbe sceso lo stesso, avrebbe scelto lo stesso quei chiodi — per te soltanto.
E forse, fratello, questa storia la conosci a memoria — e proprio per questo non ti scuote più. Si può sapere tutto della croce e averla spenta dentro. Tieni a mente una domanda, perché tra poco tornerà: quand’è l’ultima volta che quel sangue ti ha fatto piangere?
E adesso guardate le due croci ai lati. Non immaginate due viandanti riposati, fermi a un bivio di campagna a valutare con calma se andare a destra o a sinistra. Quei due erano già condannati, già inchiodati, già su una strada che finiva nella morte. Ed è la nostra condizione finché voltiamo le spalle a Dio: «chi non crede è già condannato» — non un giorno, già adesso. È come un’auto lanciata contromano in autostrada: il problema non è scegliere con comodo dove andare, è che stai già correndo verso lo schianto.
Per questo la scelta del ladrone non è stata scegliere tra due strade uguali: è stata un’inversione di marcia. Convertirsi è questo — voltarsi di colpo, dare le spalle alla strada di morte su cui eri già, e gettarti tra le braccia dell’Unico che può tirarti fuori. È saltare fuori da una macchina che brucia: non resti lì a soppesare le alternative. Ed è per questo che parliamo di seconda opportunità: ce l’ha soltanto chi era già perduto. Anche da condannato, all’ultimo respiro, puoi ancora voltarti — ed è l’unica mossa che nessun giudizio potrà mai toglierti.
Ed è qui che l’uomo si divide. Ho posto davanti a te la vita e la morte.
Il primo ladrone sceglie la morte. Ascoltate il suo orgoglio. Anche a un passo dalla fine, con l’inferno che si sta aprendo sotto i suoi piedi, il suo cuore resta di marmo. Usa l’ultimo fiato che ha nei polmoni per sputare veleno: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!». Non gli interessa l’eternità. Gli interessa solo scendere da quella croce. Vuole che Dio risolva il suo problema terreno. Muore aggrappato al suo orgoglio. Sceglie se stesso.
Il secondo ladrone sceglie la vita. Quest’uomo capisce di non avere meriti. Smette di giustificarsi. Sa di non poter offrire a Dio un curriculum spirituale. Sa di essere sporco fino al midollo. Rimprovera il suo compagno: «Noi riceviamo il giusto castigo per le nostre azioni». Questa è la vera conversione: ammettere di essere peccatori senza scuse. E poi, con un filo di voce, voltando il capo schiacciato contro il legno, fa l’unica cosa che serve. Non fa un rito. Fa una preghiera, la più potente della storia: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno».
Signore, non merito niente. Ma ricordati di me. Gesù, che in quel momento sta portando su di sé il peccato del mondo, che sta soffocando nel suo stesso sangue, gira il capo verso di lui. Distrugge ogni sistema religioso umano. Cancella in un istante una vita intera di crimini, di schifo, di fango, e pronuncia la frase che cambia per sempre le regole dell’universo: «In verità ti dico, oggi tu sarai con me in paradiso».
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6. Conclusione e appello
L’oggi di Gesù sulla croce è esattamente lo stesso oggi di Giosuè. La salvezza non dipende da quanto sei stato bravo. Non dipende da quante regole hai rispettato o da quanti errori vergognosi hai fatto nella vita. I farisei credevano di aver fatto tutto giusto, ma erano perduti. Il ladrone aveva sbagliato tutto nella vita, ha vissuto una vita di violenza, ma nel momento decisivo ha scelto Gesù ed è entrato in paradiso.
Questa mattina, la croce di Cristo è piantata esattamente qui, in mezzo a noi. E tu sei davanti a un bivio. Non importa chi tu sia o cosa tu abbia fatto fino a ieri sera. Magari sei come Chuck Colson prima della conversione: stai correndo dietro ai soldi, alla carriera, stai calpestando la tua famiglia per il successo, e ti senti svuotato, morto dentro. Magari sei come i farisei: vieni in chiesa, conosci le canzoni, preghi bene, ma il tuo cuore è congelato, intrappolato in una fredda religione senza vita. Magari ti senti come il ladrone: inchiodato alle conseguenze dei tuoi sbagli, convinto che per te non ci sia più speranza.
E magari — e lascia che te lo dica con amore — tu sei un credente. Sei in questa sala magari da anni, conosci ogni canto, la croce la sai raccontare meglio di me. Ma da qualche parte, lungo la strada, l’hai spenta. Non con un grande «no»: un giorno alla volta, per abitudine, finché quel sangue che un tempo ti faceva tremare non ti dice più niente. A te, stamattina, il Signore dice quello che disse a una chiesa che pure amava: «ricordati da dove sei caduto, e ravvediti» (Apocalisse 2:4-5). Torna al tuo primo amore. Ravviva il fuoco. Perché anche tu, oggi, sei chiamato a ri-scegliere la croce.
Qualsiasi sia la tua condizione, Dio non ti chiede di cambiare te stesso per essere accettato. Dio ti chiede di scegliere. E bada bene: non ti chiede di soppesare con comodo mille strade diverse — ti chiede di voltarti. Di fare inversione di marcia adesso, finché sei in tempo. Di saltare fuori dall’auto che sta bruciando e gettarti tra le Sue braccia. Egli ha già fatto la Sua parte: ha distrutto l’inganno della religione e ha pagato il prezzo della tua salvezza con il sangue di Suo Figlio. La porta della gabbia è spalancata.
Oggi, il cielo e la terra sono testimoni contro di te. Dio ha messo davanti a te la vita e la morte. Scegli dunque la vita. Smettila di fidarti della tua forza, della tua religione, del tuo orgoglio. Guardalo sulla croce. Rivolgi a Lui lo sguardo e digli semplicemente: «Gesù, ricordati di me». E ti garantisco, sull’autorità della Parola di Dio, che la Sua risposta per te sarà: «Oggi, tu sarai con me».
Preghiamo.
INDICE DEI VERSETTI
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in ordine di apparizione
Deuteronomio 30:19 4
Giosuè 24:15 5
Genesi 3:6 6
Salmo 1:1 6
Luca 10:41-42 6
Genesi 4:7 7
Genesi 13:11 7
2 Samuele 12:13 7
Luca 22:62 7
Matteo 19:22 8
Luca 15:18 8
Matteo 15:8 9
Efesini 2:8-9 9
Michea 6:8 10
Efesini 2:10 10
Luca 23:39-43 11
Giovanni 10:18 11
Giovanni 15:16 11
Romani 5:8 11
2 Corinzi 5:21 11
Efesini 1:4 11
Filippesi 2:7 11
Apocalisse 2:4-5 13