APERTURA — Il silenzio prima della Parola
Fratelli, sorelle… buongiorno.
Voglio chiedervi una cosa, prima ancora di aprire la Bibbia. Voglio chiedervi di fare silenzio dentro. Non fuori — dentro. Spegnete per un attimo la lista della spesa. Spegnete il pensiero del lavoro di domani. Spegnete quella discussione che avete avuto stamattina con vostra moglie, con vostro marito, con vostro figlio.
Spegnete tutto.
Perché stamattina Dio ha qualcosa da dirvi. E non è una cosa generica. Non è un sermone “per tutti”. È una parola per te. Sì, proprio per te che sei seduto lì in fondo. Per te che sei venuto qui per la prima volta e non sai bene cosa ci fai. Per te che vieni da vent’anni e ti senti stanco. Per te che stamattina ti sei guardato allo specchio e ti sei chiesto: “Ma Dio mi vuole davvero?”
Stamattina la risposta arriva. E arriva da una parola che è stata scritta duemila anni fa, in una lettera spedita a una piccola comunità di sconosciuti.
Apriamo insieme 1 Tessalonicesi capitolo 1.
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INTRODUZIONE — Una lettera arriva in città
Anno 50 dopo Cristo. Tessalonica. Una città portuale rumorosa, piena di marinai, mercanti, schiavi, soldati romani. Una città dove gli dèi erano dappertutto: templi a ogni angolo, sacrifici, processioni, profumi d’incenso che salivano verso statue di marmo.
In mezzo a quella città, un piccolo gruppo di persone si raduna in una casa. Sono pochi. Forse trenta, forse quaranta. Tra loro ci sono ex-pagani, ex-prostitute, ex-schiavi, qualche ebreo. Gente che fino a pochi mesi prima offriva sacrifici a Zeus, ad Artemide, a Dioniso.
E un giorno arriva una lettera. La porta un messaggero, sudato, polveroso. È venuto da Corinto. La lettera è di Paolo.
La aprono. Si siedono in cerchio. Qualcuno comincia a leggere ad alta voce. E le prime parole che escono dalla bocca del lettore sono queste:
«Paolo, Silvano e Timoteo, alla chiesa dei Tessalonicesi, in Dio Padre e nel Signore Gesù Cristo: grazia a voi e pace.»
Fratelli e sorelle, fermatevi un attimo. Capite cosa è successo in quel momento?
Quella parola — chiesa — non era mai stata scritta prima. Mai. In nessun libro del Nuovo Testamento. Quella lettera ai Tessalonicesi è il documento più antico del Nuovo Testamento giunto fino a noi. Anno 50. I Vangeli saranno scritti dopo. Le altre lettere di Paolo saranno scritte dopo. Apocalisse sarà scritta dopo.
E la prima parola, la primissima parola con cui un apostolo definisce il popolo di Dio della nuova alleanza, è questa: ekklesía.
Sapete cosa significa? In greco: ek — fuori. Kaléō — chiamare. I chiamati fuori.
Stamattina io non sono qui per parlarvi di una religione. Non sono qui per parlarvi di un’organizzazione. Non sono qui per parlarvi di una struttura, di una denominazione, di un edificio. Sono qui per dirvi una cosa sola, e voglio che ve la portate a casa anche se vi dimenticate tutto il resto:
Tu non sei qui per caso. Tu sei stato chiamato fuori.
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PRIMO MOVIMENTO — Lontano
Il punto di partenza di ogni storia con Dio
Sapete una cosa? Per capire 1 Tessalonicesi devo portarvi mille e quattrocento anni indietro. Nel deserto. Non vi spaventate, vi prometto che ci torniamo subito, ma seguitemi.
Numeri capitolo 9. Israele è nel deserto del Sinai. È il secondo anno dopo la liberazione dall’Egitto. Si preparano a celebrare la Pasqua — la festa più importante. La festa dell’agnello sgozzato, del sangue sugli stipiti, della liberazione.
Tutto il popolo si prepara. Tutti, tranne un piccolo gruppo di uomini.
Questi uomini hanno toccato un cadavere. Forse un padre morto. Forse un fratello caduto. E secondo la legge, sono diventati impuri. Non possono partecipare alla Pasqua. Non possono mangiare l’agnello.
E sapete cosa fanno? Non si rassegnano. Vanno da Mosè. Vanno con il volto sporco di lacrime e dicono — sentitela bene questa frase, perché è la frase più coraggiosa di tutta la Torah:
«Lammah niggara’? Perché dovremmo essere esclusi?» (Numeri 9,7)
Perché? Perché noi no? Perché gli altri sì e noi no? Perché abbiamo toccato un morto e adesso siamo fuori? Perché?
E sapete cosa succede? Mosè porta la domanda davanti a Dio. E Dio — il Dio dell’universo, il Dio che ha spaccato il mare, il Dio che ha fatto cadere il fuoco sulle città — si ferma. Ascolta. E risponde:
“Avete ragione voi. Ci sarà una seconda Pasqua. Un mese dopo. Per chi era impuro. Per chi era lontano. Per chi non ce l’ha fatta in tempo. Si chiamerà Pesach Sheni — la seconda Pasqua. La festa di chi era escluso e ora è invitato di nuovo.”
Fratelli, vi voglio dire una cosa che mi ha rotto il cuore quando l’ho capita la prima volta: la prima volta che Dio istituisce una festa su iniziativa umana, la istituisce per quelli che erano fuori.
Non per i puri. Non per i meritevoli. Non per quelli che hanno sempre fatto tutto giusto. Ma per quelli che hanno toccato un morto, per quelli che erano lontani, per quelli che si erano sentiti dire “tu no, tu non puoi, tu sei fuori”.
Dove ti senti fuori?
E adesso voglio fermarmi e fare una domanda a voi. Una domanda diretta.
Dove ti senti fuori, tu, oggi?
Fuori dalla famiglia che speravi di avere? Fuori da quel matrimonio che si è spezzato? Fuori da quel lavoro che ti hanno tolto? Fuori dalla salute che davi per scontata? Fuori dalla pace che non riesci più a trovare?
Fuori da Dio?
C’è qualcuno qui stamattina — e io non vi conosco tutti, ma lo Spirito mi sta dicendo che c’è qualcuno qui — che si è alzato stamattina e ha pensato: “Forse io sono troppo lontano. Forse io ho fatto troppe cose. Forse per me non c’è più posto.”
Fratello, sorella, ascoltami bene: se sei qui stamattina, è perché esiste una Pesach Sheni anche per te.
Dio non ha mai chiuso la porta. Mai. Sei tu che ti sei convinto che fosse chiusa. Sei tu che hai smesso di bussare. Ma la porta è aperta. È sempre stata aperta. È stata aperta dal momento in cui un uomo — un uomo vero, in carne e ossa, di nome Gesù di Nazaret — è morto inchiodato a un legno per dirti una cosa sola:
“Tu non sei mai stato troppo lontano. Sei tu il motivo per cui sono venuto.”
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SECONDO MOVIMENTO — Chiamato
Tessalonica: i lontani per eccellenza
Da Pesach a Shavuot: le primizie di Tessalonica
E adesso torniamo a Tessalonica. Ma prima di guardare in faccia questi uomini e queste donne, dobbiamo fare un ultimo passaggio nel calendario di Dio.
Abbiamo parlato della Pasqua, di Pesach. Ma nella Bibbia, la Pasqua non è mai il traguardo. È solo il punto di partenza. Esattamente cinquanta giorni dopo la Pasqua, Israele era chiamato a celebrare un’altra festa: Shavuot, la Festa delle Settimane, quella che noi oggi chiamiamo Pentecoste (Levitico 23:15-16), che è terminata ieri.
A Shavuot il popolo ebraico celebrava due eventi fondamentali: il dono della Legge sul Monte Sinai (Esodo 19) e l’offerta a Dio delle primizie del raccolto, i Bikkurim (Numeri 28:26).
Perché vi dico questo stamattina?
Perché quello che accade a Tessalonica è uno Shavuot in piena regola. Ma è uno Shavuot per i lontani.
Perché vedete, quei pagani che ricevono la lettera di Paolo erano i lontani per eccellenza. Non erano ebrei. Non erano mai stati ai piedi del Sinai. Non avevano la Torah. Non avevano i profeti. Avevano servito gli idoli. Avevano vissuto nell’immoralità.
Eppure, il Dio di Pesach Sheni — il Dio della seconda opportunità — porta la Sua Pentecoste proprio a loro.
E qui c’è il capovolgimento, fratelli. Ascoltatelo bene.
Al Sinai, nel primo Shavuot della storia, Israele riceve la Legge scritta sulla pietra. Ma quella stessa vicenda si macchia di sangue: dopo il vitello d’oro, ne cadono tremila (Esodo 32,28). La Legge, da sola, condanna. La Legge, da sola, fa cadere.
A questa comunità di pagani, invece, Dio non consegna tavole di pietra. Dona direttamente il Suo Spirito. E quando lo Spirito scende a Pentecoste, in Atti capitolo 2, non ne cadono tremila — ne nascono tremila (Atti 2,41).
La stessa festa. Lo stesso numero — tremila. Ma capovolto. La Legge ne aveva fatti morire tremila; lo Spirito ne fa rinascere tremila. Perché la lettera uccide, ma lo Spirito dà vita (2 Corinzi 3,6).
E c’è di più. Vi ho detto che a Shavuot si offrivano a Dio le primizie del raccolto, i Bikkurim.
Ebbene, questa piccola comunità di ex-prostitute, ex-schiavi, ex-adoratori di statue di marmo diventa esattamente questo: una primizia di Dio. Non i primi della fila — ma un raccolto messo da parte, offerto a Lui, spuntato sul suolo d’Europa.
E una primizia non resta mai chiusa in casa. Guardate il versetto 7: diventano «di esempio a tutti i credenti della Macedonia e dell’Acaia». Il primo covone tira su tutto il campo. La primizia si moltiplica.
E Paolo glielo dice con una franchezza che fa tremare. Andate al versetto 9:
«Vi siete convertiti dagli idoli a Dio, per servire il Dio vivente e vero.»
Vi siete voltati. Quella è la parola greca: epistréphō…
Vedete cosa sta succedendo? Quelli che erano “i fuori per eccellenza” Paolo li chiama con il nome più alto: ekklesía. Chiesa. Convocati. Chiamati per nome.
Fratelli, questa è la cosa che mi fa piangere ogni volta che ci penso. Dio non costruisce la sua chiesa con i campioni. Dio non costruisce la sua chiesa con quelli che hanno il curriculum spirituale a posto. Dio costruisce la sua chiesa con i rimasti fuori.
Guarda chi ha chiamato Gesù. Pescatori puzzolenti. Un esattore delle tasse — uno di quelli che oggi diremmo strozzino. Una prostituta. Un ladrone in croce all’ultimo respiro. Una donna samaritana con cinque mariti alle spalle.
Il club dei “lontani”. E Gesù li chiama miei.
Cosa significa essere chiamati
Adesso voglio entrare nel cuore di 1 Tessalonicesi 1. Versetti 4 e 5. Paolo dice:
«Sappiamo, fratelli amati da Dio, che siete stati eletti, perché il nostro vangelo non vi è stato annunciato soltanto con parole, ma anche con potenza, con lo Spirito Santo e con piena convinzione.»
Tre cose qui. Tre cose che voglio vi ricordiate.
Primo: amati da Dio. Non amati perché bravi. Non amati perché meritevoli. Amati e basta. Prima ancora che tu ti voltassi, Dio ti amava. Prima ancora che tu sapessi il suo nome, Lui sapeva il tuo. Romani 5,8: “Mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi.” Non dopo che ci siamo sistemati. Mentre eravamo nel fango.
Secondo: eletti. Scelti. Convocati per nome. Vedete, c’è una bugia che il diavolo ti sussurra all’orecchio da quando sei nato. Ti dice: “Tu sei un errore. Tu sei in più. Tu non eri previsto.” È una bugia. Sei un’idea di Dio prima che fossi un’idea di tuo padre e tua madre. Geremia 1,5: “Prima che io ti formassi nel grembo materno, ti ho conosciuto.”
Terzo: con potenza. Il vangelo non è arrivato a Tessalonica con uno spettacolo da palco. È arrivato con la potenza dello Spirito che cambia le vite. E vi dico una cosa: se stamattina senti qualcosa muoversi dentro mentre parlo — se senti un nodo alla gola, un peso al petto, gli occhi che si stanno bagnando — non è il sermone. È lo Spirito Santo che ti sta chiamando per nome.
Non spegnerlo. Non distrarti. Non guardare l’orologio. Ascolta.
Ai credenti: ti ricordi?
E adesso voglio parlare un attimo a voi, fratelli e sorelle che siete in Cristo da anni.
Vi ricordate il giorno in cui siete stati chiamati fuori?
Vi ricordate dove eravate? Cosa stavate facendo? Vi ricordate quella sensazione che vi ha attraversato il corpo come una corrente? “Dio mi parla. Dio mi vuole. Dio mi conosce.”
Dov’è finito quel fuoco?
Perché vi voglio dire una cosa con amore, ma anche con franchezza: molti di noi sono ancora seduti in chiesa, ma il cuore è tornato a Tessalonica. Tornato agli idoli. Magari non sono più Zeus e Artemide. Magari adesso si chiamano carriera, immagine, denaro, successo, quel rapporto di cui non parli con nessuno, quella dipendenza che nascondi da anni.
Il vangelo non è una vaccinazione che ti fai una volta sola. È una conversione quotidiana. È un voltarsi ogni mattina.
Paolo non scrive ai Tessalonicesi: “Vi siete convertiti, missione compiuta.” Scrive: “Aspettate dai cieli il Figlio suo… che ci libera dall’ira a venire” (v. 10). C’è un già — siete chiamati. C’è un non ancora — state aspettando. E nel mezzo c’è la vita. La vita di chi cammina ogni giorno con gli occhi voltati dalla parte giusta.
Stamattina, fratello, sorella: voltati ancora. Non aspettare la prossima crisi. Non aspettare il prossimo funerale. Voltati adesso.
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TERZO MOVIMENTO — Per fare cosa?
Le tre parole di Paolo
Andate al versetto 3. Qui Paolo ci dice cosa significa concretamente essere chiesa. Tre parole. Le voglio scrivere nel cuore vostro.
«Ricordandoci continuamente della vostra opera di fede, della vostra fatica nell’amore e della vostra costanza nella speranza in nostro Signore Gesù Cristo.»
Tre parole: fede, amore, speranza. Le solite tre parole? No. Guardate cosa Paolo ci mette accanto.
Opera della fede. Non idea della fede. Non teoria della fede. Opera. Ergon. Lavoro. Sudore. Mani sporche. La fede che non si vede nelle opere è una fede morta — lo dice Giacomo. Stamattina Dio ti chiede: “La tua fede sta facendo qualcosa, oppure è solo un’opinione che hai la domenica mattina?”
Fatica dell’amore. Sentitela questa parola, fatica. Kópos, in greco. Significa “lavoro che ti spezza”. L’amore non è un sentimento da romanzo rosa. L’amore è fatica. È perdonare quello che ti ha tradito. È stare accanto a chi soffre quando vorresti scappare. È rimanere fedele a tua moglie quando ti sembra che la vita ti stia sfuggendo. È amare quel fratello in chiesa che — diciamocelo — proprio non ti sta simpatico. Quello è amore cristiano. Tutto il resto è sentimentalismo.
Costanza della speranza. Hypomoné. “Rimanere sotto.” Stare sotto il peso senza crollare. Non la speranza ottimistica del “andrà tutto bene”. La speranza cristiana è un’altra cosa. È dire: “Anche se non andrà tutto bene, Cristo è tornato dalla morte. E quindi io ho un’ancora.”
Fratelli, questo è essere chiesa. Non venire la domenica e cantare. Non mettere il proprio nome su un registro. Essere chiesa è fare, amare, resistere.
Il vangelo che si vede
E qui c’è una cosa che mi commuove ogni volta. Andate al versetto 7 e 8:
«…siete diventati di esempio a tutti i credenti della Macedonia e dell’Acaia. Infatti la parola del Signore da voi è risuonata… in ogni luogo si è divulgata la fama della vostra fede in Dio, così che non abbiamo bisogno di parlarne.»
Capite cosa sta dicendo Paolo? “Quando vado in giro a predicare, non c’è bisogno che vi presenti. La gente sa già chi siete. Sa già com’è cambiata Tessalonica. La vostra fede si è messa a correre da sola.”
E io vi chiedo, comunità: quando la gente del nostro quartiere parla di noi, cosa dice?
Dice: “Quei della chiesa? Boh, gente strana, chiusa, sempre a giudicare gli altri”?
Oppure dice: “Quei della chiesa? Sai, c’è qualcosa di diverso lì. Quando mio padre era malato, sono venuti a trovarlo. Quando ho perso il lavoro, mi hanno aiutato. Quando ero a terra, non mi hanno fatto la predica — mi hanno abbracciato.”
Quale delle due? Perché solo una di queste due chiese è davvero ekklesía. L’altra è un club religioso.
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QUARTO MOVIMENTO — L’invito
A te che sei qui per la prima volta
E adesso voglio fermarmi. Voglio guardarti negli occhi, tu che oggi sei qui per la prima volta. O magari ci sei già venuto due o tre volte ma non ti sei ancora deciso. O magari sei stato trascinato qui da un amico, da un parente, e dentro di te stai pensando “appena finisce me ne vado”.
Aspetta un attimo. Solo un attimo.
Io non ti voglio convincere di una religione. Le religioni sono piene di regole, di paura, di sensi di colpa. Quello non è il vangelo.
Il vangelo è una notizia. Buona. Una notizia che dice questo:
C’è un Dio che ti ha sognato prima ancora che tu esistessi. C’è un Dio che conosce ogni singola lacrima che hai pianto in segreto. C’è un Dio che sa quella cosa di te che non hai mai detto a nessuno — neanche al tuo migliore amico, neanche al tuo coniuge — quella cosa di cui ti vergogni.
E questo Dio non ti guarda con disgusto. Ti guarda con amore.
Talmente amore che duemila anni fa ha mandato il suo Figlio. E quel Figlio si è caricato sulle spalle tutto. Tutto il tuo passato. Tutti i tuoi errori. Tutta la tua impurità. È stato inchiodato a una croce, ha gridato, è morto. E al terzo giorno è risorto. Risorto. Vivo. Adesso. In questa stanza.
E ti sta dicendo una cosa sola: “Voltati. Vieni. Sei chiamato fuori.”
Fuori dal vuoto. Fuori dalla paura. Fuori dalla solitudine. Fuori dalla menzogna che ti hanno raccontato sin da bambino, che dovevi guadagnarti l’amore. L’amore di Dio non si guadagna. Si riceve.
A te che sei in chiesa da sempre
E a te, fratello che sei seduto in chiesa da trent’anni, voglio dire una cosa scomoda. Forse stamattina lo Spirito sta parlando più a te che a quello nuovo accanto a te.
Perché sai una cosa? È molto più facile riconoscere di avere bisogno di Dio quando sei in fondo. Quando sei drogato, quando sei in carcere, quando hai perso tutto. Allora ti getti tra le sue braccia.
Ma quando sei “uno bravo della chiesa”, quando hai un ministero, quando suoni nel gruppo musicale, quando insegni alla scuola domenicale, quando hai sempre la risposta giusta… allora è più difficile. Perché ti illudi di non averne bisogno.
Fratello, sorella: la grazia non è un’iniezione di richiamo. È pane quotidiano. Tu hai bisogno di Gesù oggi quanto avevi bisogno di Lui il giorno della tua conversione. Anzi, di più.
E forse stamattina Dio ti sta chiamando fuori da una seconda lontananza. Non quella degli idoli pagani — quella della religiosità senza fuoco. Quella di chi prega senza aspettarsi risposte. Quella di chi canta senza più stupirsi.
Voltati ancora.
Es iz nito kein farfaln
C’è una frase in yiddish che amo. La dicevano i rabbini chassidici: «Es iz nito kein farfaln.» Non c’è nulla di perduto.
Non c’è nulla di perduto, fratello. Non quel matrimonio che pensavi finito. Non quel figlio che si è allontanato. Non quel sogno che hai sepolto da anni. Non quella vocazione che pensavi di aver tradito per sempre.
Il Dio che ha istituito una seconda Pasqua per chi era impuro nel deserto, è lo stesso Dio che chiama ekklesía un gruppo di pagani a Tessalonica. Ed è lo stesso Dio che stamattina ti sta dicendo:
“Non sei perduto. Sei chiamato.”
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CHIUSURA — La risposta
Fratelli e sorelle, io ho quasi finito. Ma prima di chiudere voglio chiedervi una cosa.
Voglio chiedervi di chinare la testa. Solo la testa. Non chiedete agli altri di guardarvi. Solo voi e Dio.
E voglio fare due appelli. Uno a chi è qui per la prima volta o per la prima volta sente queste parole arrivare al cuore. E uno a chi è in Cristo da tempo.
Tu, che oggi senti per la prima volta che Dio ti sta chiamando per nome: non rimandare. Non dire “prossima domenica ci penso”. Lo Spirito Santo non ha un appuntamento fisso il prossimo lunedì. Lui parla ora. E ora è il giorno della salvezza (2 Cor 6,2).
Se senti che è il momento, dì semplicemente, nel cuore: “Signore Gesù, mi volto. Vengo. Ho fatto tante cose sbagliate. Ti chiedo perdono. Credo che sei morto per me e che sei risorto. Prendimi così come sono. Sono tuo.”
Fratello, sorella: se hai detto questa preghiera nel cuore, in questo momento, sei nato di nuovo. Sei stato chiamato fuori. Sei diventato parte dell’ekklesía. E voglio che alla fine di questo culto tu venga a parlare con me, o con un fratello, o con una sorella. Non per fare burocrazia. Per gioire insieme. Perché c’è festa in cielo per uno solo che si volta (Luca 15,7).
E tu, fratello mio, sorella mia, che cammini con il Signore da anni: dov’è il fuoco di Tessalonica nella tua vita?
La tua fede è ancora opera? Il tuo amore è ancora fatica? La tua speranza è ancora costanza?
O ti sei seduto?
Stamattina chiediti: “In cosa devo voltarmi di nuovo? Quale lontananza si è insinuata in me senza che me ne accorgessi?”
E voltati. Adesso. Prima che il fuoco si spenga del tutto.
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BENEDIZIONE FINALE
Fratelli, sorelle, amici venuti per la prima volta: vi voglio congedare con le stesse parole con cui Paolo conclude la sua lettera ai Tessalonicesi:
«Lui che vi chiama è fedele, e farà anche questo.» (1 Tessalonicesi 5,24)
Lui che ti chiama è fedele.
Non sei tu a doverti tenere stretto a Lui. È Lui che ti tiene. È Lui che ti ha chiamato fuori. È Lui che ti porterà fino in fondo.
Andate in pace. Andate ekklesía. Andate chiamati fuori.