1. Un uomo sulla riva del fiume
Fratelli e sorelle, buongiorno. Voglio cominciare con un’immagine. Immaginiamo un uomo seduto sulla riva di un fiume. Sta lì, e guarda l’acqua che scorre, che va, che non si ferma mai — e capisce, guardandola, che quel fiume è la vita: passa, e non torna. Ma mentre guarda, si accorge di due alberi, uno per sponda. Il primo è piantato proprio sul bordo dell’acqua: le radici affondano nel fiume, beve di continuo, ed è rigoglioso, verde, carico — sta fermo mentre tutto scorre. L’altro, sull’altra sponda, è un albero senza radici, appoggiato lì: e la corrente, piano piano, se lo porta via. Due alberi. Un fiume. E un uomo che guarda la vita scorrere e si chiede: io, quale dei due sono?
Il mese scorso, proprio qui, in questa chiesa, ci siamo fermati sul «peso della scelta»: abbiamo visto che Dio, davanti a noi, pone sempre una scelta, e che quella scelta ha un peso. Bene: oggi il Salmo 1 ci prende per mano e ci mostra dove portano, alla fine, le due strade che possiamo scegliere. Ci porta proprio sulla riva di quel fiume.
E parte con una domanda che, in fondo, è la domanda di tutti. Chi è che vuole una vita benedetta? Una vita felice, piena, che valga la pena? La vogliamo tutti. E allora sentiamo come comincia questo salmo, perché comincia con una parola sola: «Beato». Felice. È la stessa identica parola con cui Gesù aprirà il suo discorso più famoso, il Sermone sul monte: «Beati…». Gesù, per insegnarci la vita del Regno, parte da una beatitudine. E il primo dei Salmi, per insegnarci la via della benedizione, fa esattamente la stessa cosa: parte da una beatitudine. Come per dirci: vuoi essere felice? Comincia da qui.
Sei versetti soltanto, così corti che li leggiamo in trenta secondi — eppure dentro c’è fotografata tutta la nostra vita, e i due alberi sulla riva del fiume. Ascoltiamoli:
«Beato l’uomo che non cammina secondo il consiglio degli empi… ma il cui diletto è nella legge del Signore, e su quella legge medita giorno e notte. Egli è come un albero piantato vicino a ruscelli d’acqua, che dà il suo frutto nella sua stagione, e il cui fogliame non appassisce… Non così gli empi; anzi sono come pula che il vento disperde… Poiché il Signore conosce la via dei giusti, ma la via degli empi conduce alla rovina» (Salmo 1:1-6).
Ecco: il salmo ci mette davanti le due vite che l’uomo, dalla riva, aveva visto. Da una parte l’albero piantato vicino all’acqua: radicato, fermo, che dà frutto e non teme le stagioni. Dall’altra la pula — la buccia secca e vuota del grano — che il vento porta via, esattamente come la corrente porta via l’albero senza radici. Due vite: una piantata, una in balìa della corrente.
E la differenza tra le due è tutta nel tempo. La pula è velocissima: non deve crescere, è già lì, leggera, pronta. Ma è vuota, e la prima folata se la porta. L’albero no: ci mette anni. Va piantato, deve fare radici nel buio, deve attraversare l’inverno e l’estate. E soltanto dopo — solo allora — dà il suo frutto «nella sua stagione». Non quando lo vogliamo noi. Nella sua.
Ed ecco la verità che voglio piantarti nel cuore stamattina: tu vuoi la velocità della pula, ma Dio sta crescendo un albero. E un albero ha le sue stagioni; per questo, a volte, ci mette tanto. Perché Dio non sta lavorando soltanto al tuo problema, al risultato che aspetti: Dio sta lavorando a te. Il fiore che pretendi è il risultato. L’albero che Dio coltiva, con pazienza, sei tu.
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2. Le radici crescono al buio
Facciamo un passo dentro questa immagine dell’albero. Perché un albero non sta in piedi per quello che si vede sopra — il tronco, i rami, le foglie. Un albero sta in piedi per quello che non si vede: le radici, sotto la terra, al buio. Un albero grande con le radici corte, il primo temporale lo stende. Un albero magari più piccolo, ma con le radici profonde, non lo tira giù nessuno. E le radici crescono al buio — dove nessuno le vede, dove nessuno le fotografa, dove nessuno ti applaude.
Ed è proprio lì che Dio ti fa le radici: non nei giorni delle grandi emozioni, ma nei giorni lenti, grigi, feriali. Quell’oggi che sembra non portare da nessuna parte. Quella settimana in cui non è successo niente. Quel periodo in cui preghi e ti sembra di parlare al soffitto. Tu lo chiami «tempo perso». Dio lo chiama radice. È lì, dove non vedi crescere niente, che l’albero sta imparando la cosa più importante di tutte: a bere.
Israele lo ha imparato nel deserto. Erano usciti dall’Egitto, liberi, e volevano la Terra Promessa subito — ed era vicina, pochi giorni di strada. Invece Dio li ha fatti camminare quarant’anni. Perché? Perché in quei quarant’anni faceva radici. Ogni mattina scendeva la manna, e ne potevano raccogliere soltanto per quel giorno: dovevano imparare a fidarsi un giorno alla volta. Il deserto non era una punizione. Era il vivaio.
E non è soltanto storia antica. A Barcellona c’è una chiesa, la Sagrada Família: prima pietra nel 1882, e l’ultima torre è salita nel 2026 — centoquarantaquattro anni dopo. L’architetto, un uomo di fede, non l’ha mai vista finita; e a chi glielo faceva notare rispondeva soltanto: «il mio Cliente non ha fretta». Dio lavora così: con la pazienza dei secoli. E lavora così anche con te.
Ma da dove beve, la radice? Da cosa? Perché il segreto dell’albero è tutto qui: ciò che beve, giorno e notte. E ciò che beve un uomo è ciò che ama. Perché diventiamo quello che amiamo, fratelli. Dimmi a cosa pensi appena hai un minuto libero; dimmi cosa cerchi quando sei stanco — e ti dirò da quale ruscello stai bevendo, e che albero stai diventando. C’è chi beve rancore, e diventa un albero amaro. C’è chi beve paura, e diventa un albero curvo. L’uomo beato, invece, beve la Parola di Dio: «medita giorno e notte».
E attenzione, perché «meditare» qui non è svuotare la mente, come dice il mondo. È l’esatto contrario: è riempirla. Riempirla della Sua Parola, finché quella Parola ti gocciola dentro e ti disseta. E lo so che a volte è difficile, che il cuore è freddo. Allora fa’ una cosa semplice: apri un salmo, e comincia soltanto a leggere. È come mettere il pane duro sul termosifone: piano piano si scongela. E senza nemmeno accorgertene, a metà del salmo, ti ritrovi che stai già pregando.
E qui c’è una cosa che il Salmo 1 ci insegna, e che tocca la battaglia di tutti i giorni: anche i nostri pensieri hanno delle radici. Un pensiero può essere piantato in Cristo — saldo, fermo, che non si lascia spostare — oppure può essere un pensiero-pula: leggero, in balìa di ogni vento, che rincorre ogni distrazione e si perde. Ecco perché «meditare giorno e notte» è, prima di tutto, imparare a pregare: fermare la mente che corre, e riportarla, ancorarla, a Cristo. La preghiera non è altro che questo — tenere i pensieri con le radici nell’acqua, invece di lasciarli galleggiare via.
E qui il nemico lavora fino. L’abbiamo detto anche parlando del «peso della scelta»: il diavolo, se non riesce ad allontanarti del tutto da Cristo, cambia tattica — ti riempie di distrazioni. Ti mette davanti mille cose, uno schermo dietro l’altro, un pensiero dietro l’altro, così che tu non riesca più a fermarti, a concentrarti, a pregare davvero. Se non può sradicarti, prova a distrarti. Perché sa che un albero che non riesce più a bere, piano piano si secca. Perciò, fratello, difendi i tuoi momenti col Signore come si difende una radice: è lì che tieni il cuore ancorato, mentre tutto intorno scorre.
E c’è un’ultima cosa, perché forse stamattina qualcuno di noi si sente piantato in un posto sbagliato: una famiglia difficile, un lavoro che non ama, una stagione che non ha scelto. Ascolta bene: Dio non ti pianta mai in un posto dove non potresti crescere. Perché un albero che non cresce non gli dà gloria. Se il Giardiniere ti ha messo lì, vuol dire che lì, proprio lì, c’è un ruscello a cui puoi bere. Non ti ha dimenticato in un angolo: ti ha piantato con uno scopo.
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3. Il frutto viene a suo tempo
E arriviamo al cuore del salmo, a tre parole che sono il battito di tutto: «il suo frutto nella sua stagione». Nella Sua stagione. Non nella nostra. Ed è qui che si combatte la battaglia più dura della fede — perché il nostro orologio e l’orologio di Dio non segnano la stessa ora. Noi vorremmo il frutto stamattina; Dio lo fa maturare quando è pronto davanti a Lui. E in mezzo, tra la promessa e il frutto, c’è l’attesa. Ed è nell’attesa che si vede di che pasta è fatta la nostra fiducia.
E la Bibbia lo sa bene, che la vita ha le sue stagioni. «Per ogni cosa c’è il suo tempo», dice l’Ecclesiaste: «un tempo per piantare e un tempo per sradicare, un tempo per piangere e un tempo per ridere» (Ecclesiaste 3:1-4). Anche la nostra vita con Dio ha le sue quattro stagioni, e ognuna ha il suo compito. C’è una primavera, il tempo di seminare — e allora semina, anche se non vedi ancora niente. C’è un’estate, il tempo in cui il seme è fuori terra ma è ancora fragile, e vanno tolte le erbacce che vorrebbero soffocarlo — e allora custodisci, veglia, difendi quello che Dio ha piantato. C’è un autunno, il tempo del raccolto — e allora raccogli con gratitudine, senza vergognarti della gioia. Il guaio è quando sbagliamo stagione: quando pretendiamo di mietere in primavera, o ci sediamo a riposare proprio mentre sarebbe tempo di seminare.
E poi c’è l’inverno. E l’inverno, statene certi, arriva per tutti — arriva ogni anno, puntuale. Il freddo, la notte, i rami spogli, i giorni in cui sembra che l’albero sia morto. Ma l’albero non è morto: in inverno l’albero non fa foglie, fa radici. Scende più giù, si tiene più forte, si prepara a una primavera che ancora non vede. Perciò, quando arriva il tuo inverno, non spaventarti come se ti stesse capitando qualcosa di strano: era nel conto. Chi lo sa, non si fa sorprendere — «non teme cattive notizie, il suo cuore è saldo, fiducioso nel Signore» (Salmo 112:7). Non desiderare che l’inverno sia più corto: lascia che faccia il suo lavoro. Perché è proprio nell’inverno che l’albero mette le radici che, a primavera, reggeranno il frutto.
Perché un frutto, pensiamoci un attimo, non lo puoi fabbricare. Non lo puoi stampare. Non lo puoi dipingere e attaccare al ramo. Non puoi urlare all’albero «sbrigati!». Un frutto si coltiva, e basta: cresce con il sole e con la pioggia, con le stagioni, con il tempo. Ecco perché non puoi forzare il fiore. E invece è proprio quello che facciamo, quando l’attesa si fa lunga: proviamo a forzarlo con le nostre mani.
Guardiamo Abraamo. Dio gli aveva promesso un figlio. Ma passavano gli anni, e il figlio non arrivava. E a un certo punto lui e Sara si sono stancati di aspettare, e hanno cercato la scorciatoia: un figlio con la serva, Agar. Hanno provato a far sbocciare il fiore con la forza. E quella fretta ha generato dolore per generazioni. Isacco, il figlio della promessa, è arrivato al tempo di Dio, quando ormai era umanamente impossibile — perché la gloria fosse tutta di Dio, e non della fretta di un uomo.
E guardiamo il popolo nel deserto. Mosè era salito sul monte a parlare con Dio, e tardava. E il popolo, sotto, non ha retto l’attesa: si è fabbricato un dio in fretta, un vitello d’oro, qualcosa da vedere e toccare subito, pur di non aspettare il Dio vero che non si vedeva. Quante volte, quando Dio tarda, ci costruiamo dei vitelli d’oro: una risposta veloce, una soluzione fatta in casa, un idolo su misura — pur di non aspettare. E quante volte il nostro dolore più grande non nasce da ciò che Dio ci ha negato, ma da ciò che abbiamo voluto strappare prima del tempo.
E poi, a volte, la stagione tarda e non ha nessun senso ai nostri occhi. Pensiamo a Lazzaro. Le sorelle mandano a dire a Gesù: «Signore, colui che tu ami è malato». È una chiamata d’urgenza. E cosa fa Gesù? La Scrittura dice una cosa che lascia senza fiato: «Gesù amava Marta, sua sorella e Lazzaro; quando dunque udì che egli era malato, si trattenne ancora due giorni nel luogo dov’era» (Giovanni 11:6). Aspettò. E Lazzaro morì. Ma non aspettò perché non gli importava: aspettò proprio perché lo amava — e aveva in mente qualcosa di più grande di una guarigione: una risurrezione. Il ritardo di Dio non è mai l’assenza di Dio. Certe volte il ritardo è dentro l’amore, non contro l’amore.
E altre volte Dio, invece di aggiungerti qualcosa, te la toglie. Ti pota. «Ogni tralcio che porta frutto, lo pota affinché ne porti di più» (Giovanni 15:2). E la potatura fa male. Sembra una perdita, sembra che Dio ti stia togliendo invece di darti. Ma il Giardiniere non taglia per rovinarti: taglia per il frutto della prossima stagione. Quello che a te sembra una sottrazione, nelle Sue mani è una preparazione.
E allora, mentre aspettiamo la nostra stagione, ci sono due tentazioni da cui guardarsi. La prima è forzare: strappare il fiore con le nostre mani, come Abraamo, come il vitello d’oro. La seconda è mollare: girarsi indietro e tornare all’Egitto, alla vecchia vita, perché il deserto è troppo lungo. Né l’una né l’altra. Non forzare, e non tornare indietro. Continua soltanto a camminare — perché «chi non si stanca, mieterà a suo tempo» (Galati 6:9). A suo tempo. Sempre quella parola.
Ma il salmo dice un’altra cosa sul frutto, e riguarda non solo il quando, ma il che tipo. Perché ogni vita porta frutto — anche prima di essere piantata in Cristo. Prima delle radici, prima di conoscere Gesù, la nostra vita produceva già qualcosa: ma che frutto era? Spesso frutto amaro — il nervosismo, l’egoismo, la paura, quella corsa affannata a riempire un vuoto che non si riempiva mai. Era il frutto di un albero senza radici, tirato di qua e di là dalla corrente. Poi arriva Gesù, ci pianta, ci mette le radici nell’acqua viva — e il frutto cambia. Non perché ci sforziamo di più, ma perché finalmente beviamo da un’altra sorgente.
E sentiamo che frutto nasce, allora. Paolo, nella lettera ai Galati, lo descrive così: «Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine, autocontrollo» (Galati 5:22). Nove cose — eppure Paolo non dice «i frutti»: dice «il frutto», al singolare. Perché non sono nove frutti diversi tra cui scegliere: è un unico frutto, con nove sapori, come un’arancia divisa in spicchi. Resta sempre la stessa arancia. Dove c’è l’amore vero, spunta anche la pazienza; dove c’è la pace, cresce anche la bontà — vengono su insieme, dallo stesso albero, dalle stesse radici. E un frutto così non lo puoi fabbricare: lo fa crescere lo Spirito, mentre tu resti attaccato a Lui.
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4. L’albero e la pula
Torniamo ai due alberi sulla riva. Perché tra l’albero e la pula c’è una differenza che decide tutto, ed è questa: dove sono le radici. L’uomo piantato ha le radici dentro l’acqua — e quell’acqua, fratelli, è Cristo. Per questo è fermo. Viene la piena, viene la siccità, viene la corrente della vita che tutto trascina — e lui resta, perché non si regge da solo: lo tiene il fiume a cui è attaccato. Non è che a lui la vita non succeda: è che la vita non lo travolge, perché è ancorato a Qualcuno più forte della corrente. L’empio, invece — la pula — non ha quelle radici. Non è attaccato a Gesù, non è attaccato a niente. E allora ogni evento della vita lo comanda: un successo lo gonfia, un dolore lo distrugge, un vento lo sposta. Non essendo piantato, è sempre in balìa di tutto. E alla fine si perde.
E di questa pula il salmo dice una cosa scomoda, che non ci piace sentire: per un po’, da fuori, l’albero e la pula si somigliano. Anzi — e guardiamo bene — quando si batte il grano e lo si lancia in aria per pulirlo, la pula vola perfino più in alto del chicco. Sta sopra. Si fa notare. Sembra la parte importante. E il chicco, quello vero, quello che nutre, resta in basso, pesante, umile. Il mondo guarda in alto, e applaude la pula.
Ma la pula è vuota. Chi è cresciuto in campagna lo sa bene: prendi la spiga, la sfreghi tra le mani, soffi via la pula — e in mano ti resta il chicco, il grano, quello che diventa pane. La pula, invece, l’unica cosa che ci puoi fare è soffiarla via. Non nutre nessuno. Non vale niente.
E qui viene il colpo, fratelli. Perché un uomo può avere la casa più bella del quartiere, la macchina che tutti guardano, il conto pieno, gli applausi — e davanti a Dio essere esattamente quello: pula. Bello a vedersi, in alto, notato da tutti… e vuoto dentro. Immaginiamo di correre tutta la vita, di arrivare in cima, di prendere tutto quello che il mondo chiama «successo» — e poi, alla fine, davanti a Dio, scoprire che era pula, che il vento se lo porta via in un soffio. C’è una cosa più triste di una vita fallita agli occhi del mondo: è una vita riuscita agli occhi del mondo, ma vuota agli occhi di Dio.
La forza dell’albero, l’abbiamo detto, non viene da lui: viene dal fiume a cui è attaccato. Non sei tu a reggere la radice: è la radice che regge te. Non sei tu a tenerti in piedi con le tue forze nella tempesta: è Colui a cui sei attaccato che ti tiene.
Proviamo a vederlo con una storia. C’era un’anatra selvatica che un giorno, durante il viaggio, si fermò in un cortile, tra le anatre domestiche. Si trovò bene: cibo pronto, niente fatica, niente vento in faccia. E rimase. Passavano i mesi, e ogni tanto, in alto nel cielo, passava il suo vecchio stormo selvatico, in viaggio. E lei sentiva quel richiamo dentro, e provava a spiccare il volo per raggiungerli. Ma s’era fatta pesante, molle, addomesticata. Ci provò una volta. Poi una seconda. E alla fine… smise perfino di provarci. Aveva perso il desiderio di volare. È esattamente questo che il mondo fa a un credente: non ti abbatte con un colpo solo, ti ingrassa piano, ti fa comodo, ti addomestica — finché un giorno lo stormo passa alto, senti ancora quel richiamo lontano… ma non ti alzi più. E la cosa più triste non è non poter più volare: è non desiderarlo più.
E la differenza tra l’albero e la pula non si vede nei giorni di sole. Si vede quando arriva il vento. E il vento, prima o poi, arriva per tutti: la malattia, il lutto, la crisi, la notte che non ti aspettavi. Quel vento non fa la differenza tra le persone: la rivela. Non crea l’albero e non crea la pula — fa solo vedere chi aveva le radici e chi no. Ecco perché le tue radici non contano nei giorni di sole. Contano il giorno del vento. E il giorno del vento non è il momento per metterle: è il momento in cui scopri se ce le avevi.
E le due strade, all’inizio, sembrano correre parallele — anzi, spesso sembra che la pula stia messa meglio. Ma finiscono in due posti diversissimi. Pensiamo a come andò a finire duemila anni fa. Da una parte c’era Nerone: imperatore di Roma, il potere assoluto, il mondo intero ai suoi piedi. Dall’altra un piccolo ebreo sconosciuto, prigioniero, in catene davanti a lui: si chiamava Paolo. Chi era l’albero e chi la pula? Allora sembrava chiaro: il potente era Nerone. Ma sono passati duemila anni. E oggi chiamiamo Paolo i nostri figli… e Nerone i nostri cani. Il vento ha fatto il suo lavoro: ha portato via la pula, ed è rimasto l’albero.
E la pula non è soltanto la fine dell’uomo vuoto: è la fine di tutto ciò che è grande ma senza radici. Il profeta Daniele vide in sogno una statua immensa, fatta di tutti gli imperi della terra — oro, argento, bronzo, ferro. Una pietra la colpì, e quella statua enorme «divenne come la pula sulle aie d’estate: il vento la portò via, senza lasciarne traccia» (Daniele 2:35) — mentre la pietra, il Regno di Dio, diventava una montagna che riempiva tutta la terra. Ecco cosa diventano, alla fine, gli imperi che sembravano eterni: pula. Solo ciò che è piantato in Dio resta.
E chi, un giorno, terrà in mano la pala per dividere il grano dalla pula? Proprio Gesù. Giovanni il Battista lo indicò e disse: «Ha in mano il ventilabro; raccoglierà il suo grano nel granaio, ma brucerà la pula» (Matteo 3:12). La separazione, un giorno, arriverà davvero. Ma qui il Vangelo dice una cosa che il salmo, da solo, non poteva dire: lo stesso Signore che tiene in mano la pala è sceso a morire per la pula. È venuto a fare ciò che nessun contadino ha mai fatto — prendere la scorza secca e vuota, e trasformarla in chicco. Tu puoi esserti sentito pula per tutta la vita; ma se ti lasci prendere da Lui, Lui ti fa grano. Ti fa albero.
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5. Il Signore conosce la via
E arriviamo all’ultima parola del salmo, quella su cui posare la testa la sera, quando il frutto ancora non si vede: «Il Signore conosce la via dei giusti». Fermiamoci su quel verbo: conosce. Non dice soltanto che Dio sa dove stai andando, come uno che guarda una mappa dall’alto. Dice di più: dice che ti conosce. Conosce il tuo cuore. Conosce i tuoi pensieri. Conosce quel peso che ti porti dentro da anni e non hai mai avuto il coraggio di dire a nessuno. Dio lo sa. E non ti guarda da lontano: ti conosce da vicino. Conosce la tua via, conosce te, anche quando tu, la strada, non la vedi affatto.
Ed è questa la consolazione più grande per chi semina e non raccoglie. Perché tanti di noi seminano una vita intera senza vedere il frutto. Pensiamo al re Davide. Aveva un sogno: costruire una Casa per Dio, il Tempio. Ma Dio gli disse: non sarai tu a costruirlo, sarà tuo figlio (2 Samuele 7:13). E allora Davide passò gli ultimi anni della sua vita a preparare l’oro, la pietra, i progetti… di un Tempio che non avrebbe mai visto con i suoi occhi. Ha piantato un albero sapendo che il frutto l’avrebbe colto un altro. Ma il Signore conosceva la via.
E vicino a noi, non nella Bibbia ma qui, lo hanno saputo due fratelli che molti di noi hanno conosciuto: Alfredo e Gina. Anziani della chiesa di Urbino. Per anni hanno fatto una cosa che agli occhi del mondo sembrava niente: lasciavano dei foglietti fuori dalla mensa universitaria. Non fermavano nessuno con prepotenza, non erano invadenti — stavano lì, con discrezione, a gettare un seme dopo l’altro, un ragazzo dopo l’altro. E quasi nessuno si fermava. Hanno seminato una vita intera senza quasi mai vedere il raccolto. Perché a noi tocca soltanto seminare: è Dio che pianta, ed è Dio che fa crescere.
E adesso lasciate che ve lo dica. Uno di quei tanti semi che Alfredo e Gina hanno gettato, e non hanno mai visto fiorire… sono io. Il ragazzo che vi parla stamattina è uno di quei raccolti che loro, quaggiù, non hanno mai potuto contare. Sono andati in cielo senza vedere il loro giardino. Ma il Signore conosceva la via. E sono certo che un giorno il Signore li prenderà per mano e dirà loro: «Guardate qua» — e mostrerà loro, uno per uno, tutti quei semi diventati alberi. E magari il Suo dito si fermerà anche su di me. «Va bene, servi buoni e fedeli» (Matteo 25:21). Quel giorno vedranno finalmente il loro giardino. Tutto intero. In fiore.
E se stamattina c’è qui qualcuno che a Dio si sta soltanto avvicinando, e non vede ancora niente — hai cominciato a pregare, a cercarlo, e ti sembra che non succeda nulla — non ti scoraggiare. Non vedere ancora il frutto non vuol dire che non stia accadendo niente: vuol dire che le radici stanno crescendo, sottoterra, dove tu non guardi. E se ti senti troppo lontano, troppo sbagliato per essere amato da Dio, ricòrdati la parola più bella di tutte, quella di poco fa: «Mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi» (Romani 5:8). È sceso a cercarti mentre eri ancora perduto. Allora continua a cercarlo, perché Lui ti ha cercato per primo.
E se tutto questo ti sembra ancora troppo, se pensi «io non ce la farò mai a diventare un albero così», allora smetti di guardare te stesso e guarda Lui: Gesù. Lui è il vero Albero. Trent’anni piantato nel nascosto, radicato nella volontà del Padre fino al Getsemani, dove pregò: «non la mia, ma la tua volontà sia fatta». E ha dato il suo frutto nella stagione stabilita dal Padre — sulla croce. E quel frutto ha salvato il mondo. Ha salvato te. L’unico Albero che non ha mai vacillato si è lasciato tagliare, perché tu potessi essere piantato.
Sii albero, non pula.
E allora torniamo a quell’uomo seduto sulla riva del fiume, che guarda la vita scorrere e si chiede quale dei due alberi sia. Fratello, sorella: quella domanda, stamattina, è la tua. La corrente non si ferma — la vita passa, e non torna. Ma tu puoi scegliere dove mettere le radici. Non essere l’albero senza radici, che la corrente porta via. Sii l’albero piantato sull’acqua, che resta mentre tutto scorre.
Noi vogliamo il fiore, subito. Ma Dio coltiva un albero, per sempre. E in quel giardino, sulla riva di quel fiume, tu sei l’albero. Fidati del Giardiniere. Amen.