1. Il velo si squarcia
Voglio cominciare portandovi in un posto preciso, in un’ora precisa. Mezzogiorno, un venerdì di quasi duemila anni fa, appena fuori dalle mura di Gerusalemme, su una collina brulla che si chiama Gòlgota, «il luogo del cranio». Ci sono tre croci piantate nella roccia, e su quella in mezzo c’è un uomo che sta morendo. Intorno, una piccola folla: qualcuno piange, qualcuno insulta, i soldati si giocano ai dadi i suoi vestiti. È una scena come tante, in un impero che di croci ne alzava a migliaia.
Ma poi succede qualcosa che normale non è. A mezzogiorno, l’ora più luminosa del giorno, il cielo si spegne. Cala il buio — un buio fitto, innaturale — e ci resta per tre ore intere. Nessuno fiata. Poi, da quella croce di mezzo, l’uomo raccoglie le ultime forze, lancia un grido, dice due parole, «È compiuto», e china il capo. Muore. E tutti pensano che sia finita lì, su quel colle. Invece la cosa più importante sta accadendo in quello stesso istante a un paio di chilometri di distanza, al chiuso, dove nessuno la sta guardando: dentro il Tempio.
Gesù, avendo di nuovo gridato con gran voce, rese lo spirito. Ed ecco, la cortina del tempio si squarciò in due, dall’alto in basso; la terra tremò, le rocce si schiantarono. (Matteo 27:51)
Una cortina. Non una tendina: un velo immenso, alto come un palazzo, spesso un palmo, appeso all’ingresso della stanza più sacra del Tempio. E si strappa. In due. Di colpo. E fate attenzione a un particolare che la Bibbia sottolinea apposta: si strappa «dall’alto in basso». Non dal basso — come farebbe una mano d’uomo che afferra e tira — ma dall’alto, da sopra, da dove nessun uomo arriva. È Dio stesso che, dall’alto, apre in due quel velo. Fermate qui il nastro, e tenete questa immagine ferma davanti agli occhi: un velo enorme, strappato dall’alto, nell’istante preciso in cui Gesù muore.
Perché quel telo strappato, che a prima vista sembra un dettaglio da niente, è forse la notizia più bella che sia mai stata annunciata sulla faccia della terra. Ma per capirla — per capire cosa significa davvero un velo che si apre — dobbiamo riavvolgere il nastro. Tornare indietro non di ore, ma di secoli. Entrare in quel Tempio quando il velo era ancora intero, e scoprire cosa nascondeva. Perché dietro quel velo c’era una stanza in cui, per mille anni, un solo uomo poteva mettere piede, un solo giorno all’anno. Pensate a Yom Kippur.
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2. Il giorno più solenne
Quel giorno si chiama Yom Kippur, il Giorno dell’Espiazione, ed è il giorno più solenne e più santo di tutto l’anno ebraico — più della stessa Pasqua. E non è un giorno lontano, né nel tempo né nello spazio: comincia stasera, al tramonto. Proprio mentre noi usciamo di qui e torniamo a casa, in tutto il mondo — a Gerusalemme, a New York, a Roma — il popolo ebraico entrerà in venticinque ore di digiuno totale: niente cibo, niente acqua, niente lavoro. Le sinagoghe si riempiranno di gente vestita di bianco, in piedi per ore, a pregare, a battersi il petto, a confessare, a cercare con tutto il cuore una cosa sola: essere in pace con Dio. Essere perdonati.
Domenica scorsa, a Fano, ho predicato proprio sull’inizio di questi giorni: Rosh haShanà, il capodanno ebraico, e il suono dello shofar, il corno che grida «svegliati, torna a casa». Ma quel suono non era un traguardo: era una sveglia, che apriva un cammino di dieci giorni. E oggi, esattamente dieci giorni dopo, arriviamo alla meta verso cui quel corno puntava fin dall’inizio: il grande giorno del perdono.
E il nome stesso ci racconta già tutto. «Kippur» nasce da una radice ebraica che vuol dire «coprire». E quella radice — sentite dove spunta per la prima volta in tutta la Bibbia — non parla ancora di peccato: descrive la pece, il catrame, con cui a Noè fu comandato di spalmare l’arca, dentro e fuori, perché le acque del giudizio non entrassero a travolgerlo (Genesi 6:14). La stessa parola che lì significa «spalmare, ricoprire» diventerà, più avanti, la parola dell’espiazione. Tenete a mente quell’immagine, perché è esattamente cos’è l’espiazione: una copertura che ti mette al riparo dal diluvio del giudizio di Dio. E allora la domanda vera di questo giorno, quella che dovrebbe toglierci il sonno, è una sola: io, da cosa sono coperto? E soprattutto: da Chi?
Poiché in quel giorno si farà l’espiazione per voi, per purificarvi; sarete purificati da tutti i vostri peccati, davanti al SIGNORE. (Levitico 16:30)
Fermatevi su quella promessa, perché toglie il fiato: «sarete purificati da tutti i vostri peccati». Non da alcuni. Non solo dai più piccoli, quelli presentabili. Da tutti. Anche quelli che non hai mai detto a nessuno. Anche quelli che ti vergogni perfino di pensare. Puliti — completamente puliti — davanti a Dio. Ditemi se non è esattamente questo che ogni cuore, in fondo, desidera: sentirsi finalmente pulito. Senza più quel peso, quella macchia, quel rimorso che ti torna a galla la notte, quando spegni la luce. Dio lo promette. Ma resta la domanda più importante di tutte: come? Come si arriva davvero a essere puliti da tutto? La risposta — il «là e allora» — è scritta nel sedicesimo capitolo del Levitico. Ed è insieme tremenda e bellissima.
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3. Il giorno in cui uno solo entrava
Al centro del Tempio di Gerusalemme c’era una stanza, la più interna, la più sacra di tutte: il luogo santissimo. E in quella stanza non c’era quasi nulla — solo una cassa d’oro, l’arca del patto, e sopra di essa un coperchio, chiamato il propiziatorio, con due angeli d’oro che si guardavano, le ali spiegate. Lì, tra quei due angeli, si posava — in un modo che non sappiamo spiegare — la presenza stessa di Dio. Era il punto più santo della terra. E davanti a quella stanza pendeva il velo. Quel velo. Per tenere tutti fuori.
Perché in quella stanza non poteva entrare nessuno. Mai. Non i sacerdoti comuni, non i re, nessuno. Tranne un uomo, un solo giorno all’anno: il sommo sacerdote, proprio nel giorno dell’espiazione. Una sola persona, un solo giorno, e mai a mani vuote. Ci pensate? Trecentosessantaquattro giorni l’anno quella porta restava chiusa. E il messaggio era chiaro come il sole: Dio è santo, l’uomo è peccatore, e tra i due c’è un velo. Non ci si avvicina a Dio quando si vuole, come si vuole, con le mani sporche.
E il sommo sacerdote lo sapeva bene, quanto era serio quel momento. Per questo si preparava a lungo. Una settimana prima lasciava casa sua e andava a vivere nel Tempio. E c’è un dettaglio che, a un cristiano, fa venire i brividi: la notte prima del grande giorno non dormiva. Restava sveglio tutta la notte. I sacerdoti più giovani gli leggevano le Scritture ad alta voce per tenerlo desto, e lo esortavano a piangere, a spezzarsi il cuore, mentre cercava il volto di Dio. Un uomo solo, sveglio nella notte, in lacrime, prima di affrontare la prova più tremenda. Non vi ricorda nessuno? Un’altra notte, un altro Uomo, in un giardino chiamato Getsemani, sveglio mentre gli altri dormivano, in un’angoscia tale che «il suo sudore diventò come gocce di sangue» (Luca 22:44). Il sommo sacerdote nella notte è già, senza saperlo, un ritratto di Gesù.
E poi arrivava il giorno. Il sommo sacerdote entrava oltre il velo con il cuore in gola, con dei campanelli cuciti sull’orlo della veste — perché finché fuori li sentivano tintinnare, sapevano che era ancora vivo. Entrava avvolto in una nube di incenso, un fumo denso che copriva il propiziatorio, quasi a schermargli gli occhi dalla gloria di Dio, «affinché non muoia» (Levitico 16:13). E soprattutto entrava portando una cosa sola, senza la quale non c’era avvicinamento possibile: del sangue. Il sangue di un sacrificio.
Fermatevi un attimo qui, perché tutto questo ci grida una verità che oggi abbiamo quasi dimenticato: quanto è seria, agli occhi di un Dio santo, la faccenda del peccato. Non è una porta girevole aperta a chiunque. Non basta uno «scusa» buttato lì di corsa, non basta sentirsi vagamente dispiaciuti. Un solo uomo, un solo giorno, e con il sangue in mano. Perché il peccato ha un prezzo. E quel prezzo è una vita.
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4. I due capri
E qui arriviamo alla parte più impressionante di tutto il rito. In quel giorno il sommo sacerdote prendeva due capri, identici, indistinguibili l’uno dall’altro. E su di loro tirava a sorte: uno toccava «al SIGNORE», l’altro andava mandato via. Due capri, un unico destino spezzato in due. E in quei due animali, se solo sappiamo guardare, è nascosto tutto quanto il Vangelo.
Il primo capro veniva sgozzato. Il sommo sacerdote ne raccoglieva il sangue, lo portava oltre il velo, dentro la stanza proibita, e lo spruzzava proprio lì, sul propiziatorio, davanti alla presenza di Dio. Un capro innocente muore al posto di un popolo colpevole. Una vita data per coprire delle vite. Ecco il prezzo del peccato, pagato in sangue, sotto gli occhi stessi di Dio. Perché, lo dice la legge, è il sangue che fa l’espiazione: senza una vita data, non c’è perdono. Punto.
Ma poi c’era il secondo capro, e faceva una cosa ancora più bella, quasi commovente. Il sommo sacerdote gli posava tutte e due le mani sulla testa e, ad alta voce, davanti a tutto il popolo, confessava su quel capro i loro peccati. Li elencava. Li nominava. Li scaricava, a uno a uno, su quell’animale. E poi il capro veniva condotto via, lontano, nel deserto, e lasciato andare — e la tradizione racconta che lo spingevano perfino giù da una rupe, perché l’ultima cosa che il popolo voleva vedere era quel capro tornare indietro, riportando con sé i loro peccati. Doveva sparire. Per sempre (Levitico 16:21-22).
Guardate adesso i due gesti insieme, perché insieme dicono una cosa sola. Un capro paga il prezzo; l’altro porta via la colpa. Uno versa il sangue; l’altro sparisce nel deserto con i tuoi peccati sul dorso. Non è soltanto «Dio ti perdona» — che già sarebbe immenso. È «Dio prende i tuoi peccati, li carica su un altro, e li porta via, dove nessuno potrà più ritrovarli». Non solo cancellati da un registro: portati via da qui. Tenete a mente questo doppio gesto, perché tra poco vedremo Chi, un giorno, è diventato tutti e due i capri.
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5. Un altro monte, un altro Figlio
Ma prima di scoprire Chi ha compiuto tutto questo, voglio riavvolgere il nastro ancora una volta — e stavolta lo riavvolgiamo molto più indietro. Prima del Tempio, prima di Mosè, prima ancora che Yom Kippur esistesse. Fino a un uomo di nome Abramo, e a un monte che si chiama Mòria. Dio gli chiede la cosa più assurda e straziante che un padre possa sentirsi chiedere: di offrire in sacrificio suo figlio, Isacco — il figlio della promessa, quello atteso per una vita intera. E Abramo, con il cuore in mille pezzi ma fidandosi di Dio, ubbidisce.
Guardate la scena, perché è già un Vangelo in anticipo. È Isacco a portare sulle spalle, su per il monte, la legna del proprio sacrificio — come un altro Figlio, un giorno, porterà in salita il legno della propria croce. E mentre salgono, il ragazzo fa la domanda che spezza il cuore: «Padre, ecco il fuoco e la legna, ma dov’è l’agnello per il sacrificio?». E Abramo risponde con una fede da brividi, profeta senza saperlo: «Dio provvederà l’agnello» (Genesi 22:8). Poi, all’ultimo istante, con il coltello già alzato, il Cielo lo ferma: «Non stendere la mano sul ragazzo!». Abramo alza gli occhi, e vede un ariete impigliato per le corna in un cespuglio. Lo prende, e lo offre al posto del figlio. Il figlio scende dal monte vivo; l’ariete muore al suo posto. Uno muore, l’altro vive: di nuovo, la sostituzione.
E adesso il particolare che fa gelare il sangue. Quel monte — il monte Mòria — è lo stesso identico monte su cui, mille anni dopo, Salomone costruì il Tempio (2 Cronache 3:1). Proprio lì dove, ogni Yom Kippur, morivano i capri. E lo stesso pugno di colline dove, altri mille anni dopo, fuori dalle mura della città, si piantò una croce. Tre volte, sulla stessa terra: l’ariete al posto di Isacco, i capri al posto d’Israele, e infine l’Agnello al posto del mondo. Perché Abramo aveva detto il vero: Dio, quel giorno, ha provveduto l’Agnello. «Ecco l’Agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo» (Giovanni 1:29).
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6. Il vero Sommo Sacerdote
E adesso — tenetevi forte — arriva il momento in cui tutto questo si accende. Perché tutto quello che vi ho raccontato finora era soltanto un’ombra. Una fotografia in bianco e nero di qualcosa che doveva ancora arrivare a colori. Un disegno a matita in attesa del volto vero. Il velo, il sommo sacerdote, i due capri, il sangue sul propiziatorio: erano tutti un dito puntato in avanti, verso Qualcuno. E quel Qualcuno — l’Agnello che Abramo aveva promesso — un giorno è venuto.
Il Nuovo Testamento dice che c’è un vero Sommo Sacerdote, e non è entrato in un tempio costruito da mani d’uomo: è entrato nel cielo stesso, alla presenza reale di Dio. E non con il sangue di capri e di tori, che andava riportato dentro ogni anno — ma «con il proprio sangue è entrato una volta per sempre nel luogo santissimo, e ci ha acquistato una redenzione eterna» (Ebrei 9:11-12). Il Suo nome è Gesù. È Lui il Sommo Sacerdote che oggi entra per te — non davanti a una cassa d’oro, ma davanti al trono di Dio.
E qui c’è la cosa che ti dovrebbe far tremare le gambe. Ricordi i due capri? Ebbene, Gesù è tutti e due. È il capro sgozzato: la Sua vita data, il Suo sangue versato, il prezzo pagato per intero, fino all’ultimo centesimo. Ed è il capro mandato nel deserto: quello su cui il Padre ha caricato tutti — ma proprio tutti — i nostri peccati, e li ha portati via. «Il SIGNORE ha fatto ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti» (Isaia 53:6). Tutta. La mia, la tua. E dove li ha portati? Ascolta com’è bello: «Quanto dista l’oriente dall’occidente, così Egli allontana da noi le nostre colpe» (Salmo 103:12). Non a est di qualche chilometro: quanto dista l’oriente dall’occidente. Cioè all’infinito, in una direzione da cui non si torna. Nel deserto, per non tornare mai più.
E fu il capro emissario nel modo più letterale che ci sia. Paolo lo dice con parole che tolgono il respiro: Dio «ha fatto diventare peccato per noi colui che non aveva conosciuto peccato» (2 Corinzi 5:21). Non solo ha portato i nostri peccati: è diventato Lui il peccato, al posto nostro. E come il capro veniva cacciato fuori, nel deserto, e come il corpo delle vittime veniva bruciato fuori dall’accampamento, così Gesù «soffrì fuori dalla porta della città» (Ebrei 13:11-13) — su un colle fuori dalle mura, cacciato fuori, con addosso il tuo peccato. È uscito Lui, nel deserto fuori città, perché tu potessi entrare, oltre il velo. Cacciato fuori Lui, per far entrare te.
E ricordi il propiziatorio? Quel coperchio dove il sangue veniva spruzzato, il punto dove la giustizia di Dio e la Sua misericordia si incontravano? La Bibbia usa esattamente quella parola per Gesù: Dio «lo ha prestabilito come propiziazione, mediante la fede nel suo sangue» (Romani 3:25). Gesù è il vero propiziatorio: il punto preciso di tutto l’universo dove la santità di Dio e il tuo peccato si incontrano — e dove, invece di distruggerti, il sangue ti copre. Lì Dio è insieme «giusto», perché il peccato è stato punito davvero, e «colui che giustifica», perché a essere punito, al tuo posto, è stato Lui.
E adesso torniamo a quel velo strappato, quello con cui abbiamo cominciato stamattina. Ricordate? Nell’istante preciso in cui Gesù morì, la cortina del Tempio si squarciò in due, dall’alto in basso, per mano di Dio (Matteo 27:51). E finalmente capiamo perché. Perché quel velo, dice la Bibbia, era il Suo corpo: «entriamo nel luogo santissimo grazie al sangue di Gesù, per la via nuova e vivente che Egli ha inaugurato per noi attraverso la cortina, cioè la sua carne» (Ebrei 10:19-20). Nel momento esatto in cui il Suo corpo veniva squarciato sulla croce, il velo veniva squarciato nel Tempio. Non sono due fatti diversi: sono la stessa identica cosa. E il senso è uno solo, ed è travolgente: la porta che per mille anni era rimasta chiusa a tutti tranne a un uomo un giorno all’anno, adesso è spalancata. Per sempre. Per chiunque. Per te. Oggi.
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7. Una volta per sempre
Ma c’è una differenza, tra l’ombra e la realtà, che cambia assolutamente tutto — ed è il cuore di questo giorno, il motivo per cui ho chiamato questo messaggio «Una volta per sempre». Il sommo sacerdote faceva tutto quel rito ogni anno. Ogni. Singolo. Anno. E sapete perché? Perché non bastava mai. Il sangue copriva i peccati per dodici mesi, e poi si ricominciava da capo: nuovo anno, nuovi peccati, nuovo capro, nuovo sangue oltre il velo. Un debito che si riapriva puntuale ogni dodici mesi, senza fine. «Anno dopo anno gli stessi sacrifici non possono rendere perfetti quelli che si accostano a Dio», dice la lettera agli Ebrei; erano soltanto «un ricordo dei peccati, ripetuto ogni anno» (Ebrei 10:1-4). Una condanna a non finire mai.
Gesù, invece, si è offerto una volta sola. Una volta per tutte. «Con un’unica offerta ha reso perfetti per sempre quelli che vengono santificati» (Ebrei 10:14). E vuoi la prova, la prova visibile, che stavolta era davvero finita? Guarda una cosa piccola, ma enorme. Nel Tempio non c’erano sedie. I sacerdoti stavano sempre in piedi, perché il loro lavoro non era mai finito: sempre un altro sacrificio, sempre da ricominciare. Gesù, invece, dopo aver offerto se stesso una volta sola, «si è seduto alla destra di Dio» (Ebrei 10:12). Si è seduto. E ci si siede soltanto quando il lavoro è compiuto.
E infatti l’ultima parola che ha detto sulla croce, prima di chinare il capo, è stata proprio quella: «È compiuto» (Giovanni 19:30). In greco è una parola sola: tetelestài. E non era una parola religiosa, da tempio: era una parola di tutti i giorni. La scrivevano sulle ricevute, sui conti saldati, sulle fatture pagate. Voleva dire: «pagato. Saldato. Non si deve più niente». Ecco l’ultima parola di Gesù sul tuo debito: pagato in pieno. Non «è cominciato». Non «ci riproveremo il prossimo anno». Saldato. Una volta. Per sempre.
E volete un dettaglio che fa venire i brividi? La tradizione ebraica racconta che a Yom Kippur veniva legato un filo di lana scarlatta, e quando Dio accettava l’espiazione quel filo diventava bianco — proprio come promette Isaia: «anche se i vostri peccati fossero come scarlatto, diventeranno bianchi come neve» (Isaia 1:18). Ebbene, lo stesso Talmud ammette che, per i quarant’anni prima che il Tempio venisse distrutto — cioè a partire più o meno dall’anno in cui Gesù morì — quel filo non tornò più bianco. Mai più. Come se il Cielo stesse dicendo: il vecchio sistema ha finito il suo compito, il vero sacrificio è stato offerto. Adesso il bianco si trova in un solo posto: nel sangue dell’Agnello.
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8. Ricevi il dono
E allora l’ultima parola, la più importante di tutte, ed è per te. Forse tu hai passato la vita a cercare di pagare il tuo debito da solo. A essere abbastanza bravo. A rimediare a un male con un po’ di bene, come se si potesse fare la tara. A tornare da Dio con in mano gli stessi peccati di sempre, anno dopo anno, sperando che stavolta — stavolta — tu abbia fatto abbastanza per meritarti di essere pulito. È estenuante, vero? È come i sacrifici di ogni anno: non basta mai, non finisce mai, non ti lascia mai in pace. E in fondo al cuore lo sai: quel conto, da solo, non lo salderai mai.
Ma senti la notizia di questo giorno. Qualche anno fa, negli Stati Uniti, un imprenditore fu invitato a fare il discorso alla cerimonia di laurea di un’intera classe di ragazzi. E a un certo punto disse una frase che gelò lo stadio: «Pagherò io tutti i vostri debiti». Milioni di dollari di prestiti — un macigno che quei ragazzi si sarebbero trascinati per vent’anni — cancellati in un istante, di tasca sua, gratis. Loro non dovettero fare niente: non firmare niente, non restituire niente, non meritarsi niente. Dovettero solo alzarsi e ricevere. Ecco, il Giorno dell’Espiazione ti dice esattamente questo: il debito che tu non potrai mai pagare è già stato pagato. Per intero. Al prezzo del sangue di Gesù. Tu non puoi aggiungerci niente — e, meraviglia delle meraviglie, non ne hai bisogno.
E allora, come quei ragazzi, l’unica cosa che ti resta da fare è alzarti e riceverlo. Vieni pulito, oggi. Confessa i tuoi peccati — non per snocciolarli a un Dio che già li conosce a memoria, ma per posarli, uno a uno, come il sommo sacerdote posava le mani su quel capro, sulle spalle di Gesù. E lascia che sia Lui a portarli via, lontano quanto dista l’oriente dall’occidente. E lascia che sia Lui a renderti pulito — «da tutti i tuoi peccati». Non solo pulito di fuori, come gli animali ti rendevano per un anno: pulito dentro, nella coscienza. Quel senso di colpa che ti rode e non ti molla nemmeno di notte — il sangue di Cristo lo lava via (Ebrei 9:14).
Si fa con una preghiera semplice, che puoi dire adesso, nel silenzio del tuo cuore: «Signore, ho passato la vita a cercare di pagare un debito che non potrò mai saldare. Oggi smetto. Ricevo l’espiazione che Tu hai compiuto per me, una volta per sempre. Prendi Tu i miei peccati, portali via, e fammi pulito.» Se non l’hai mai pregata davvero, questa preghiera, oggi è il giorno. Proprio oggi, mentre il mondo intero cerca affannosamente il perdono con il digiuno e le opere, tu puoi semplicemente riceverlo, in dono, dalle mani di Gesù.
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9. Puliti — e capaci di perdonare
E adesso una parola per te che di Cristo ti sei già fidato, tempo fa. Anzi, due parole — e la prima è per uno in particolare: il credente che, senza accorgersene, si è addormentato. Tu lo sai, che il conto è saldato — l’hai sentito dire mille volte — eppure vivi come se non lo fosse. Continui a trascinarti addosso una colpa che Gesù ha già portato via nel deserto. Servi Dio con l’affanno di chi deve ancora pagare la sua parte, senza più la gioia leggera di chi è già stato perdonato gratis. A te, oggi, il Giorno dell’Espiazione grida forte: svegliati! Non hai un debito da saldare, hai un dono da godere. Smettila di rimettere sul conto ciò che è già stato pagato, e torna a vivere da uomo pulito — perché lo sei.
Perché questa è la verità, ed è per tutti noi che siamo di Cristo: sei pulito. Non «lo sarai, se ti impegni abbastanza». Lo sei, adesso, «da tutti i tuoi peccati», perché il Sacrificio è già stato offerto, una volta per sempre. Perciò smettila di riportare a Dio, un anno dopo l’altro, un peccato che Lui ha già gettato nel deserto. E quando l’accusatore verrà a bussare — e verrà, a rinfacciarti il passato, a sussurrarti «ti ricordi cosa hai fatto?» — tu ricordagli dov’è finito quel capro: lontano quanto dista l’oriente dall’occidente, in una terra da cui non torna più. Il filo è diventato bianco. E sul tuo conto c’è scritto, a chiare lettere: saldato.
E c’è un’immagine, in tutto questo, che dovrebbe zittire l’accusatore per sempre. Ti ricordi i due cherubini d’oro sopra l’arca? Dio aveva dato loro un ordine preciso: tenere lo sguardo rivolto in basso, verso il coperchio — mai dentro la cassa (Esodo 25:20). E dentro la cassa c’era la Legge: l’elenco scritto di tutto ciò che avevi infranto. Ma quegli angeli non fissavano i tuoi peccati chiusi là dentro: fissavano il coperchio, bagnato di sangue. Ecco esattamente come Dio ti guarda oggi. Quando l’accusatore apre la scatola della tua memoria — «guarda che disastro sei, guarda cos’hai combinato» — Dio non guarda dentro la scatola: guarda la copertina, coperta dal sangue di Cristo. Non sta scorrendo la tua fedina: sta fissando il sangue che ti copre tutto intero. E allora smettila di torturarti per ciò che è rotto dentro la scatola: il sacrificio, Dio, l’ha già accettato.
E in quel momento, davanti all’accusatore, non sei nemmeno solo a difenderti: hai un Avvocato. «Se qualcuno ha peccato, noi abbiamo un avvocato presso il Padre: Gesù Cristo, il giusto» (1 Giovanni 2:1-2). E sai cosa fa, questo Avvocato, davanti al tribunale del Cielo? Non prova a dire che sei innocente — non lo sei, e lo sa bene. Fa una cosa molto più forte: mostra al Padre che il conto per quel peccato è già stato pagato, per intero, sulla croce. E Dio, che è giusto, non può esigere il pagamento due volte: una dal Sostituto, e una da te. È stato saldato una volta sola. E una volta sola basta, e avanza.
E la seconda cosa. Yom Kippur non è mai stato solo una faccenda tra te e Dio, in verticale: è sempre stato anche una faccenda tra te e gli altri, in orizzontale. Prima di quel giorno, l’ebreo osservante va di persona a chiedere e a dare perdono a chi ha attorno — perché sa di non potersi presentare pulito davanti a Dio con le mani ancora sporche di rancore verso il fratello. Ed è giusto così. Pensaci: se a te è stato condonato un debito immenso, impagabile, da milioni — come puoi tenere il muso, il broncio, il conto aperto per i pochi spiccioli che il fratello deve a te? Perdonato così tanto, e così gratis, perdona anche tu. Lascia andare quel rancore. Vivi da uomo a cui è stato cancellato tutto — e cancella, a tua volta.
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10. Sei pulito?
E allora torniamo, per finire, alla promessa che ci ha guidati fin dall’inizio: «sarete purificati da tutti i vostri peccati, davanti al SIGNORE». Stasera, al tramonto, in tutto il mondo comincerà il grande digiuno, e milioni di persone cercheranno quella purezza con tutto il cuore — digiunando, pregando, battendosi il petto. Noi sappiamo dov’è stata trovata, quella purezza. Non in un tempio, non in un rito ripetuto all’infinito: su una croce, fuori dalle mura di Gerusalemme, un venerdì a mezzogiorno. Da un Sommo Sacerdote che era anche il sacrificio; che è stato tutti e due i capri; che ha caricato su di sé i nostri peccati e li ha portati via all’infinito; che ha aperto il velo con il proprio corpo, ha detto «È compiuto», e si è seduto. Il Giorno dell’Espiazione non è più un giorno a cui devi tornare ogni anno, sfinendoti a ricominciare da capo. È venuto una volta. Per sempre. E allora resta una sola domanda, stamattina — e stasera sarà più viva che mai: tu, sei pulito? Puoi esserlo. Oggi.